Cannes 2. Quando l’Urss scoprì il rock’n’roll.

Trovo la foto qui sopra particolarmente struggente. Una strada di San Pietroburgo, oggi, scelta con cura per sembrare una strada di Leningrado nei primi anni ’80. Stessa città, altro nome, altro secolo. Altro mondo. Tre ragazzi con delle custodie di chitarra in spalla. Un’automobile anch’essa scelta con cura, per ricordare un’epoca in cui il traffico, a Leningrado come a Mosca, non era certo paragonabile a quello di oggi. Il film si chiama “Leto”, la parola russa che significa “estate” (pronunciare “lieta”, scusate la pignoleria). Lo ha diretto Kirill Serebrennikov, regista russo di cinema e di teatro che attualmente è agli arresti domiciliari: è stato arrestato nell’agosto del 2017 con l’accusa di frode, legata a finanziamenti ricevuti per il teatro che dirige. Ieri, in conferenza stampa, il suo posto era vuoto, occupato da un cartello con il suo nome; il suo produttore Ilja Stewart ha detto che il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian ha chiamato nelle ultime 24 ore Vladimir Putin per vedere se la situazione poteva essere sbloccata, e se Serebrennikov potesse arrivare a Cannes in extremis. Putin ha risposto che “in Russia la giustizia è indipendente”, frase che istituzionalmente non fa una piega ma che detta da un ex dirigente del Kgb suscita qualche brivido.

leto2

I guai con la giustizia del regista non cambiano di una virgola il mio giudizio su “Leto”: è un film magari non perfetto, ma mi ha provocato un’enorme commozione per vari motivi, alcuni dei quali del tutto personali. Come potete intuire dalla foto qui sopra, è la storia di alcuni musicisti rock attivi a Leningrado nei primi anni ’80: Breznev è ancora vivo (sarebbe morto il 10 novembre 1982) e l’Unione Sovietica attraversa uno dei periodi più tristi della sua storia. Non dei più drammatici: ai tempi di Stalin si è ovviamente visto e vissuto ben di peggio. Ma triste, sì. Impera quella che poi avremmo definito “stagnazione brezneviana”. Ogni sussulto di modernità è bandito. Gli anni del Disgelo sono un ricordo sbiadito.

Ero stato in Urss per la prima volta nel 1978. Frequentavo un corso di lingua, passammo un mese (io e una ventina di studenti italiani) in un “obscezitie”, un convitto per studenti presso l’università di Voronez. Molti studenti russi, quando entravamo in contatto fuori dell’ufficialità, volevano parlare di musica. Ne ricordo uno che sapeva tutto di Frank Zappa, lo conosceva molto meglio di noi. Ma i dischi circolavano clandestinamente, le cassette venivano riprodotte infinità di volte. Nel 1979 andai per la prima volta a Leningrado, e mi innamorai di questa città dal passato breve, glorioso e drammatico. Lì la musica occidentale circolava più facilmente perché erano stretti i contatti (soprattutto a livello universitario) con la vicina Finlandia. Non è accaduto, ma avrei potuto incontrare, in quell’estate del ’79, i protagonisti di “Leto”. Uno di loro, Michajl “Maik” Naumenko, aveva 24 anni. L’altro, Viktor Robertovic Zoj, ne aveva 17. Nel film di Serebrennikov li interpretano, rispettivamente, Roma Zver e il coreano Teo Yoo (ora capirete perché, un coreano). Nelle foto qui sotto potete vedere com’erano nella vita reale: Maik a sinistra, Viktor a destra.

Faccio un passo avanti (rispetto agli anni ’70) e uno indietro (rispetto a oggi). Negli anni ’80, ormai giornalista, frequento assiduamente il festival del cinema di Mosca. Nel 1983 siamo in piena era Andropov: il nuovo segretario del Pcus permette qualche milligrammo di liberalizzazione e il cinema sovietico sta ridiventando molto interessante. Il rock’n’roll è sempre una cosa underground. A Mosca è famoso il locale “Cinija ptica”, che poi vuol dire “uccello azzurro”, blue bird: ovviamente vi si suona jazz. Si sente parlare del mitico “Rock Club” di Leningrado, ma ammetto di non esserci mai stato. Nel 1985, quando arriviamo al festival in luglio, Gorbaciov è segretario del Pcus da pochi mesi. Si respira aria nuova. Il festival è quasi esaltante: c’è sempre un concorso con film più o meno belli, ma i pochi cronisti occidentali che se la cavano con il russo sanno che devono andare alla Dom Kino, la “Casa del cinema” di Mosca (foto sotto) dove l’Unione dei cineasti, ora diretta da un grande regista a suo tempo perseguitato come Elem Klimov, proietta in modo caotico e non più clandestino i film “proibiti”, nonché film nuovi sempre più curiosi. Siamo di solito io e Giovanni Buttafava, mitico collega traduttore di Brodskij e massimo esperto di quel cinema, a compiere questi viaggi. Ne conservo un ricordo leggendario.

dom

In una di queste incursioni alla Dom Kino vediamo uno stranissimo film proveniente dal Kazakhstan: si intitola “Igla” (in russo “ago”) ed è diretto dal kazako Rashid Nugmanov, regista che non avrebbe mantenuto le promesse di questo notevole lavoro. E’ una sorta di noir interpretato da un giovane con una faccia incredibile: si chiama Viktor Zoj e Nugmanov, che io e Buttafava importuniamo subito dopo la proiezione, ci spiega che è un cantante rock famoso e che è lui a cantare le canzoni incluse nel film. Questo è il mio primo contatto con Zoj: dico subito che non l’ho mai incontrato, e che qualche anno dopo (nel ’90) ho saputo che era morto in un incidente stradale, a 28 anni. Nel corso degli anni, imparo pian piano che Zoj, morendo giovane e bello, è diventato in Urss e poi in Russia una sorta di Jim Morrison. I giovani lo adorano, i dischi del suo gruppo (i Kino, guarda un po’: i Cinema) si vendono a distanza di decenni, il suo culto è sempre vivo al punto che a Mosca c’è uno “Zoj wall”, un muro a lui dedicato dove graffiti, disegni e dediche si rinnovano di continuo. Di nuovo, foto sotto.

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Siamo arrivati a “Leto”, che racconta un’estate dei primi anni ’80 quando Viktor, ancora adolescente, è solo un ragazzino con la faccia orientale (suo padre era un kazako di origine coreana) che scrive canzoni accompagnandosi con la chitarra acustica. All’inizio del film conosce “Maik”, ovvero Michail Naumenko, una figura già nota dell’underground leningradese. Maik aveva suonato con Boris Grebensikov negli Akvarium, gruppo popolare già negli anni ’70, e poi ne era uscito fondando i Zoopark (dall’acquario allo zoo). Nel film, Maik fa da mentore a Viktor, lo aiuta ad incidere il primo disco e constata senza troppa gelosia il flirt che nasce irresistibilmente fra Viktor e sua moglie Natasha. Il film è pieno di musica: non solo i veri pezzi soviet-rock degli anni ’80 ma anche bizzarre cover (impaginate come numeri di musical) di classici d’epoca come “Psyco Killer” dei Talking Heads, “Passenger” di Iggy Pop e “Perfect Day” di Lou Reed. Quest’ultimo pezzo, che nel giro di un verso usa le parole “zoo” e “movie”, dev’essere sembrato a Serebrennikov la sintesi perfetta per le vite di due musicisti i cui gruppi si chiamavano, come detto, Zoopark e Kino.

E’ un bel film, molto tenero, un po’ nostalgico, girato in un cinemascope bianco e nero da infarto. Ho letto e sentito, nelle ultime ore, paragoni incongrui con i videoclip in bianco e nero di un’epoca rock non lontanissima. Curioso come nessuno faccia lo sforzo di pensare che “Leto” è un film russo, e quindi rende omaggio al più bel cinemascope di sempre, quello dei film sovietici degli anni ’50 e ’60 diretti da Kalatozov, Danelija, Tarkovskij, Konchalovsky e fotografati da quegli autentici geni del bianco e nero che erano Jusov e Urusevskij. Ma parliamo di un cinema che anche in Russia ricordano in pochi. Potremmo spendere centinaia di righe sul fatto che “Leto” sembra un cripto-remake di “Ho vent’anni”, capolavoro assoluto sulla gioventù del disgelo diretto da Marlen Khutsiev nel 1965. Ma chi si ricorda, oggi, di Marlen? E’ il vecchietto – ancora vivo – che vedete in questa foto, uno dei più grandi registi mai esistiti. E oggi qualcuno, magari, penserebbe che il suo nome di battesimo sia un omaggio a Marlene Dietrich, mentre invece i suoi genitori erano bolscevichi convinti (è nato nel 1925) che gli avevano “inventato” un nome che unisse le iniziali di Marx e Lenin: Marlen, appunto. Martin Kutsishvili, suo padre (famiglia georgiana, cognome poi “russizzato” in Khutsiev), era un comunista della prima ora e scomparve nel ’37 durante le purghe staliniane. Mamma mia, quante storie ci sarebbero da raccontare, su quell’incredibile paese!

200px-Marlen_Khutsiev_01

(Ad esempio, potremmo raccontare che il citato Klimov aveva un nome ancora più enigmistico: sono le iniziali di Engels, Lenin e Marx a formare l’inesistente nome Elem…).

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