Cannes. L’incontro fra Ingmar e Margarethe.

Non ho scritto per qualche giorno, ma oggi Margarethe von Trotta me ne ha fatto tornare la voglia. L’avevo incontrata durante il festival di Bari (del quale è presidente) e ritrovarla a Cannes è stata una gioia. Margarethe von Trotta mi fa sempre venire in mente Giuliano Montaldo: entrambi hanno diretto film molto seri e drammatici, scavando nei recessi più oscuri della storia dei rispettivi paesi (Italia e Germania). Giuliano ha fatto anche l’attore in un film di Margarethe, “Il lungo silenzio” (qui sotto, una scena del film con lui). L’ironia e la comicità sembrano distanti dal loro modo di fare cinema, ma nella vita sono tra le persone più simpatiche e divertenti che mi sia capitato di incontrare.

silenzio

Ingmar Bergman era anch’egli un regista serio per non dire cupo, ma ha diretto almeno un paio di film (“L’occhio del diavolo” e “Sorrisi di una notte d’estate”) che testimoniano il suo talento per la commedia brillante. Nell’anno del suo centenario Margarethe von Trotta gli ha dedicato un bellissimo documentario, “Searching for Ingmar Bergman”, presentato nella sezione Cannes Classics. Nel film appaiono testimonianze di Liv Ullmann, Gunnel Lindblom, Julia Dufvenius, Rita Russek, Gaby Dohm – alcune delle grandi interpreti bergmaniane ancora in vita; di Daniel Bergman e Ingmar Bergman jr., figli del maestro; e di registi come Olivier Assayas, Mia Hansen-Love, Ruben Ostlund, Carlos Saura e Stig Bjorkman. Ma la testimonianza chiave, che poi è il film in sé, è la sua: quella di Margarethe. Il documentario nasce da un grande amore per il cinema di Bergman, incontrato per la prima volta alla Cinémathèque di Parigi quando a 18 anni si recò in Francia per studiare la lingua di Molière; e, quasi sicuramente, da una grande fascinazione per un uomo che doveva essere un incantatore di serpenti, un po’ come il suo grande amico Federico Fellini.

Racconta, infatti, Margarethe: “Bergman era, nel 1990, il presidente di giuria alla European Film Academy e aveva scelto personalmente tutti gli altri giurati. C’eravamo io, Jeanne Moreau, Theo Angelopulos, Deborah Kerr e altri. Mi dissero che mi aveva scelta perché aveva amato ‘Anni di piombo’. Poi lui mi confessò addirittura che l’aveva visto in un periodo in cui era depresso, voleva finirla con il cinema, e il mio film gli aveva dato la voglia di andare avanti e girare ‘Fanny e Alexander’. Pensai fosse un complimento. Tra l’altro, tutti mi avevano messo in guardia dalla sua galanteria con le donne… Ma due anni dopo, quando il festival di Goteborg gli chiese di compilare una lista dei suoi dieci film preferiti, c’era anche ‘Anni di piombo’. Quindi era vero…”.

anni

Anche per un film magnifico come “Anni di piombo” (qui sopra una foto famosa), Leone d’oro a Venezia, essere nella top ten di Ingmar Bergman è una bella medaglia. Dal canto suo Margarethe, messa alle strette, tra i film del genio svedese sceglie “Sussurri e grida”: “Quattro ruoli femminili stupendi, un lavoro sulla fotografia meravigliosa, un’atmosfera cupa e magica. Il primo film suo che ho visto fu ‘Il settimo sigillo’, a Parigi appunto, e in quel momento decisi che il cinema sarebbe stata la mia vita. Che avrei fatto la regista. Non lo dissi a nessuno, né ai miei genitori né ai miei amici. In quegli anni in Germania il cinema era morto, il Nuovo Cinema Tedesco era ancora di là da venire e solo l’idea che una ragazza potesse fare la regista era impensabile. Infatti cominciai come attrice. E forse anche per questo Bergman mi piaceva tanto: le attrici nei suoi film erano fantastiche, e si capiva che con lui lavoravano al meglio. Ma la Svezia negli anni ’50 era un paese molto più avanzato della Germania, era la terra da cui erano venute Greta Garbo e Ingrid Bergman, le donne erano molto più libere ed emancipate: e ha ragione Assayas quando dice, nel documentario, che Bergman era un genio nel far lavorare le attrici ma trovava i personaggi femminili nella realtà sociale intorno a lui”.

Il documentario parla molto degli anni tedeschi di Bergman. Costretto a lasciare la Svezia per motivi fiscali, il regista riparò a Monaco verso la metà degli anni ’70. “Trovò un ambiente fertile per lavorare, soprattutto in teatro, ma non era a suo agio nella realtà politica della Germania del tempo e non imparò mai davvero bene il tedesco. Lavorava bene ma viveva male. Dei suoi film tedeschi, ‘L’uovo del serpente’ non è certo fra i suoi migliori ma ‘Un mondo di marionette’ è piuttosto bello. Sono film scuri, pessimisti. Credo riflettano il suo stato d’animo di allora”.

Speriamo che “Searching for Ingmar Bergman” trovi un distributore italiano. I documentari sul cinema di questo livello, in cui un regista importante parla con tanto amore di un collega, sono un prezioso scrigno di memorie.

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