I miei primi 66 film.

Carlo Vanzina è morto stamane (8 luglio 2018) a Roma. Aveva 67 anni e aveva fatto 66 film (incluse alcune regie tv). No, non aveva cominciato a due anni. Semplicemente Carlo, assieme a suo fratello Enrico (sceneggiatore e complice di una vita), faceva il cinema come respirava. Era veloce, prolifico, iperattivo. Adorava stare sul set e adorava ancora di più, alla fine di una giornata di lavoro, chiudere il set e tornare a casa. Nell’ambiente del cinema romano era (è) proverbiale l’amore che le troupe avevano per Carlo ed Enrico. Se la giornata di lavoro prevedeva un tot di inquadrature da chiudere alle 17, quasi sempre Carlo ce la faceva per le 15-15.30 e mandava tutti a casa, in tempo per fare la spesa o andare a prendere i figli a scuola.

Qualche giorno fa, con Stefano Landini e Riccardo Stopponi, siamo stati a casa di Carlo Verdone per girare un breve “lancio” della serata che terremo stasera a Santa Croce in Gerusalemme, per la manifestazione “Per il cinema italiano”. Presenteremo “Il medico della mutua”, restaurato. Alla fine, salutandoci, Carlo mi ha detto: “Preparati a scrivere qualcosa su Carlo Vanzina”. Purtroppo non mi ha colto di sorpresa. La. notizia girava da giorni, e pareva ineluttabile. Nessuno, nel piccolo mondo del cinema italiano, ha passato una domenica mattina allegra. Eravamo pronti, ma NON si è MAI pronti.

Prima di qualunque altra parola, un grande abbraccio a Enrico.

Poi, che altro? Nonostante le parole di Verdone, non mi sono “preparato”. Ho sempre detestato scrivere i necrologi in anticipo. Mario Monicelli – che per i Vanzina è stato un secondo padre, visto che faceva i film in coppia con il loro papà Stefano in arte Steno – me lo chiedeva sempre, con il suo tono finto burbero: “Hai scritto il mio coccodrillo?”. In gergo giornalistico i necrologi “anticipati” si chiamano “coccodrilli”, perché sono pezzi che fingono di piangere. Gli rispondevo: “No, Mario, non mi va. Quando sarà, lo farò”. E lui: “Non fare lo stronzo. Scrivilo e fammelo leggere, così te lo correggo”. Niente da fare. Per cui ora eccoci qua, pronti ma non pronti, a scrivere di Carlo Vanzina sperando di evitare le corbellerie. Che cosa può dire, un “critico”, di Carlo Vanzina? Mettersi a parlare del cinema “dei Vanzina”, come se ne discuteva negli orribili anni ’80? E’ la stessa sensazione di assurdo che ho provato quando è scomparso Vittorio Taviani: muore un fratello e l’altro sta benone, il cinema “dei Vanzina” – come quello “dei Taviani” – è vivo e magari continuerà. Chiedere scusa oggi, da “critico”, per non averli capiti è – appunto – una corbelleria. Chi più chi meno, li abbiamo capiti benissimo perché il loro cinema è limpido e popolare, poi poteva piacere o non piacere. Io ho adorato “Le barzellette”, anche grazie a Gigi Proietti che in quel film è fenomenale. Nella sua struttura apparentemente inesistente, in realtà calibratissima, mi era sembrato un film sperimentale e popolare insieme, straordinariamente colto e coraggioso. Scrissi sulla’”Unità” una recensione di una pagina paragonandolo al “Fantasma della libertà” di Bunuel. Con Enrico – che conosco meglio di Carlo – ne abbiamo parlato tante volte, quella recensione gli aveva fatto piacere. Detto questo, non è che all’improvviso i fratelli Vanzina fossero diventati i fratelli Vasilev, quelli di “Ciapaev” (classico del realismo socialista sovietico). Il loro cinema è onnivoro e ovviamente discontinuo, perché 66 film in 67 anni non possono venire tutti bene, è fisiologico. Ma rimane una sorta di monumento che qualcuno, in futuro, analizzerà lontano dalle polemiche giornalistiche del presente.

Quindi, qui e ora, pronto o non pronto, voglio solo dire due cose. La prima: che Carlo mi stava simpatico e mi spiace di averlo conosciuto e frequentato meno di Enrico. La seconda: che Carlo è l’ennesima conferma che la commedia italiana è stata fatta da uomini di grande cultura che nascondevano le tonnellate di libri letti dietro le maschere beffarde della commedia dell’arte. Era così per Monicelli, per Risi, per Comencini, per Scola, per Steno, per Zampa, per Age e Scarpelli, per Benvenuti e De Bernardi, per Sonego. Era (è) così anche per i fratelli Vanzina.

Di nuovo un abbraccio, Enrico, e ora un po’ di silenzio.

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