Venezia 1. Dalla Luna a via Lemonia.

Chiariamo subito: via Lemonia si trova nel quartiere Tuscolano, periferia Sud-Est di Roma, non lontanissima da Cinecittà e quindi dalla sede del Centro Sperimentale. E’ qui che nella notte del 15 ottobre 2009 viene arrestato Stefano Cucchi, fermato dai carabinieri assieme al suo amico Emanuele Mancini. Il verbale di arresto racconta che Stefano viene trovato in possesso di 20 grammi di fumo, due dosi di cocaina e due pasticche di ecstasy. In realtà queste ultime non sono pasticche di droga ma Rivotril, un medicinale per la cura dell’epilessia della quale Stefano soffre.

La scena è ricostruita nella foto qui sopra, dove vedete Alessandro Borghi nei panni di Stefano Cucchi.

La Luna è invece il nostro satellite, dove Neil Armstrong – primo uomo, “First Man” della storia – pose piede il 20 luglio del 1969.

La 75esima Mostra del cinema di Venezia si è aperta con questa amplissima forbice: un film americano iper-spettacolare che ha dato il via alla selezione ufficiale, e un film italiano “di impegno civile” che ha inaugurato la sezione Orizzonti.

Meglio l’italiano dell’americano, diciamolo subito. Ma prima una precisazione. La Mostra ha chiesto, per pubblicare recensioni (anche su un blog o una testata online), un embargo piuttosto rigido: noi giornalisti vediamo i film in anticipata stampa ma dobbiamo aspettare l’inizio della proiezione di gala, quella con il pubblico. L’embargo è già stato ampiamente aggirato da diverse testate. Ma noi siamo della vecchia scuola. Noi eravamo abituati a riflettere su un film, a scriverne qualche ora dopo per poi veder pubblicati i nostri articoli sul giornale del giorno dopo. Da un lato troviamo questi embarghi ridicoli, perché il labirintico mondo del web non può essere controllato in modo così capillare. Tanto varrebbe annullare le anticipate stampa. Tanto varrebbe, forse, chiudere i festival. D’altro canto, un vecchio lupo della carta stampata come il sottoscritto ha forse qualche problema nell’arrivare qualche ora dopo le eiaculazioni precoci di chi “deve” dare i voti ai film cinque minuti dopo averli visti?

Risultato? Scriveremo tutti i giorni, per rimanere in esercizio, ma scriveremo un po’ di quello che ci pare, quando ci pare. Rispetto alle vecchie esigenze del quotidiano, che oggi ad esempio ci avrebbero obbligato a rendere conto del blitz al Lido del ministro dell’interno, è una grande liberazione.

first man gosling

“First Man” è un film “doppio”, costruito su due livelli espressivi e narrativi, ed entrambi questi livelli appartengono a una gloriosa tradizione del cinema americano. Il primo livello è la ricostruzione del progetto Apollo, della lunga preparazione che portò l’Apollo 11, nel 1969, ad atterrare sulla Luna. I voli, le simulazioni, l’allunaggio definitivo sono ricostruiti magnificamente. Ci sono precedenti illustri, come “Apollo 13” di Ron Howard, “Uomini veri” di Philip Kaufman, “Space Cowboys” di Clint Eastwood. Dal punto di vista tecnico – vista anche l’evoluzione degli effetti digitali – “First Man” non ha nulla da invidiare a quei classici. Ma è sul secondo livello che si marca la differenza. “First Man” è in tutto e per tutto un “biopic”, un film biografico su Neil Armstrong. Questo, ad esempio, fa sì che Buzz Aldrin (il “Second Man” sulla Luna) sia dipinto come un rompiballe un po’ esibizionista con il quale Armstrong non si piglia per nulla, e che Michael Collins (il “terzo uomo” che rimase in orbita ad aspettare i due compagni) non sia letteralmente nemmeno nominato. Eppure c’erano anche loro. Ma il problema è un altro: raccontando la vita di Armstrong dal ’61 al ’69, da quando era un semplice collaudatore di aerei fino all’apoteosi, il film si perde in notazioni familiari molto sentimentalistiche e spesso stucchevoli. Armstrong esce dal film come un personaggio sorprendentemente NON interessante, e forse era così nella vita, ma allora perché farci un film? Tutta la sua umanità è nel ricordo struggente della figlia morta ancora piccolissima, un dolore immenso e ovviamente condivisibile – che però non basta per giustificare un film, non è un tirante drammaturgico sufficientemente forte o sufficientemente sviluppato per tenere lo spettatore attaccato alla storia.

“First Man” è un film emozionante quando parla di astronauti e astronavi, ma inerte quando parla di esseri umani. Gli illustri modelli di Howard, Kaufman e Eastwood restano assai lontani. Fatta la media, ne esce un film da 6 e mezzo (ma sì, giochiamo anche noi ai voti, per una volta!) esattamente – sganciamo la bomba! – come il precedente film di Damien Chazelle, il musical “La La Land”, che pure aveva stregato molti a Venezia per poi arrivare a vincere numerosi Oscar. Vedremo se “First Man” seguirà la stessa strada.

pelle

Uno che invece vincerebbe l’Oscar è Alessandro Borghi, se solo il suo film raccontasse la storia di Stephen Cook, si svolgesse a New York e lui si chiamasse Alexander Borg. La prova del giovane attore italiano nei panni di Stefano Cucchi è prodigiosa per adesione fisica, psicologica ed emotiva; e altrettanto bravi sono Jasmine Trinca (Ilaria Cucchi), Max Tortora e Milvia Marigliano (i genitori di Stefano). Il film, diretto da Alessio Cremonini, ricostruisce i sette giorni che intercorrono tra l’arresto di Cucchi e la sua morte in modo asciutto e quasi documentaristico. Film forte, teso, un vero pugno nello stomaco: nella miglior tradizione del cinema italiano d’inchiesta. A tal proposito: la verità giudiziaria sulla morte di Cucchi non è ancora definitiva e il film, molto saggiamente, non mostra il pestaggio da parte dei carabinieri. Tutto avviene fuori scena, come nelle tragedie greche: e per il resto del film vediamo Cucchi/Borghi con la faccia pesta e la schiena tumefatta, mentre si avvia verso il Calvario che lo porterà alla morte ripetendo in modo ossessivo di essere “caduto dalle scale”. Ma a un poliziotto che gli dice “quando la smetterete di raccontare ‘sta storia delle scale?”, risponde: “Quando le scale smetteranno di menarci”. A volte la verità si nasconde nelle pieghe di una battuta.

 

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