Venezia 6. Memorie: qualcuno era perfetto.

Questo non è un vero pezzo, è solo una breve testimonianza. Ieri pomeriggio ho deciso di evadere dalla Mostra del cinema, dall’attualità, dalla contingenza del presente e di passare due ore in un passato che conoscevo già, un universo parallelo dove sapevo che sarei stato in pace con il mondo. Sono andato in Sala Giardino per vedere il restauro di “A qualcuno piace caldo”. Il giorno prima, in quella stessa sala, avevo visto il restauro di “La notte di San Lorenzo” alla presenza di Paolo Taviani. Vi abbiamo già raccontato la grande emozione di quella proiezione.

Ora, direte: vabbè, rivedere “A qualcuno piace caldo” è proprio voler vincere facile. Checché ne dica la leggendaria battuta finale di Joe E. Brown, l’attore con la bocca più grande della storia del cinema, è un film assolutamente perfetto al quale non si potrebbe correggere una battuta. Però, questa “doppietta” di capolavori (Taviani e Wilder) mi ha fatto capire definitivamente a cosa servono i restauri.

Restaurare un film è ovviamente un lavoro tecnico, e sul restauro di “A qualcuno piace caldo” si potrebbe discutere: è stato realizzato in 4K dalla Park Circus e porterà all’edizione di un nuovo dvd/Bluray della Criterion, e quello che abbiamo visto ieri in Sala Giardino è stato proprio un Bluray. Immagini scintillanti ma visibilmente “digitali”, con i neri mancanti di quella profondità e densità che il magnifico bianco e nero hollywoodiano di quell’epoca garantiva. Ma la visione del film (per me forse la 40esima, la 50esima, giuro che non lo so) è stata un piacere assoluto, che spinge a un’altra considerazione: restaurare un film è come si diceva un lavoro tecnico, ma la sua ricaduta sullo spettatore è squisitamente emotiva. L’ho constatato sui miei nervi, sui miei neuroni, sul mio cervello (ammesso che ancora funzioni): con “La notte di San Lorenzo” ho pianto, con “A qualcuno piace caldo” ho riso. In 24 ore ho attraversato tutta la gamma di emozioni possibili. Sono emozioni legate al ricordo, a ciò che eravamo quando abbiamo visto questi film per la prima volta, alla coscienza che certe situazioni non torneranno, alla nostalgia per due idee di cinema (Taviani e Wilder, ancora) che sono state fondamentali e dominanti nella nostra storia, e nella storia del mondo.

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Poi, certo, c’è anche l’importanza filologica del restauro: è magnifico che uno storico, uno studioso abbiano nuovamente a disposizione simili gioielli, con la possibilità di analizzarli a fondo e di apprezzarne i valori estetici e formali. Ma c’è un altro aspetto ancora, anche questo emotivo: ieri c’erano, in sala, giovani che probabilmente vedevano “A qualcuno piace caldo” per la prima volta. Vederli ridere e applaudire è entusiasmante, sembra di rivivere la sensazione che Bernardo Bertolucci ricorda sempre di aver provato sul set di “Accattone”, dove era giovanissimo assistente di Pasolini: “Quando vedevo Pier Paolo predisporre un carrello nelle strade sterrate della borgata del Pigneto, mi sembrava di veder nascere il cinema una seconda volta”. La stessa cosa si prova vedendo ragazzi di vent’anni divertirsi con Marilyn Monroe, Jack Lemmon e Tony Curtis, o commuoversi con le storie della Resistenza raccontate da Paolo e Vittorio Taviani. L’altro giorno tanti di questi ragazzi sono andati a ringraziare Paolo Taviani, ed era una scena che restituiva fiducia nell’umanità. Alcuni erano i membri della giuria presieduta da Salvatore Mereu, che vedono tutti i restauri per poi assegnare un premio al migliore: confesso, nei loro confronti, una doppia invidia (eh sì, nessuno è perfetto!). Perché sono ragazzi, appunto, e perché qui alla Mostra vedono solo film bellissimi. Ma è, davvero, un’invidia piena di gioia e di speranza, perché forse grazie a loro il miracolo del cinema che rinasce si ripete, e garantisce un futuro a questa arte che può essere così meravigliosa.

“Ma Osgood, non capisci proprio niente! Sono un uomo”

“Beh, nessuno è perfetto”

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