Venezia 7. Donne, cinema, insulti (e una modesta proposta)

Vorrei raccontarvi come si è svolta la mia giornata di ieri alla Mostra di Venezia, per poi esprimere un pensiero su un argomento che finora ho volutamente evitato: la presenza delle donne alla Mostra (vi pregherei di notare fin d’ora che non scrivo “donne registe”: è voluto). E’ un argomento sul quale è facile generalizzare o cadere nell’ideologia e nello schematismo, ma credo sia arrivato il momento.

Ieri, giovedì 6 settembre, ho passato l’intera giornata con Liliana Cavani. Era il giorno della presentazione in Venezia Classici del restauro di “Il portiere di notte”, che il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale ha realizzato e presentato in collaborazione con Istituto Luce – Cinecittà. Rivisto – almeno da me – a distanza di quasi 44 anni, conserva una sua forza oscura ed enigmatica, rimane insomma un gran film. E vanno fatti tutti i complimenti di rito a Daniela Currò, a Sergio Bruno e a tutti coloro che vi hanno lavorato in Cineteca, e a Pasquale Cuzzupoli che l’ha tecnicamente realizzato a Cinecittà.

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Al di là del film, però, la giornata: mentre accompagnavo Liliana Cavani nell’attività stampa (molto intensa, per fortuna) e poi alla proiezione delle 14.30, accolta da un grande applauso, di tanto in tanto scorrevo Facebook per seguire l’ormai famosa questione del grido sessista che ha accolto in sala la proiezione di “The Nightingale” di Jennifer Kent, unica “donna regista” (qui l’espressione è d’obbligo) in concorso. Siccome la questione è “famosa” solo qui al Lido, in questa bolla spaziale e temporale nella quale viviamo per dieci giorni illudendoci che sia il mondo, riassumo: alla fine della proiezione stampa un giovane accreditato ha gridato, rivolgendosi idealmente alla regista che non era lì, “Vergogna, puttana”. Non farò il nome di questo ragazzo, al quale la Biennale ha prontamente ritirato l’accredito: la pubblicità si paga, e anche il post di scuse che ha successivamente pubblicato su Facebook è solo un’astuta forma di auto-promozione (“Goliardia”? “Non pensavo quello che dicevo”? Ma per favore!). Temo che, dopo la sua espulsione dalla Biennale, ce lo ritroveremo presto in qualità di opinionista trash in qualche programma tv, nella veste del “giovane Sgarbi” del cinema italiano, e non voglio contribuire a questo obbrobrio. Stamane però apro i giornali e trovo articoli su questa storia ridicola, e non su Liliana Cavani (né su tante altre cose). Per cui, enuncio alcuni punti.

  1. Come spesso succede, su questa storia Facebook ha dato il peggio di sé: sia da parte di chi a sua volta insultava il ragazzo, felice di aver individuato il “mostro”, sia da parte di coloro (pochi) che lo difendevano.
  2. Ho trovato soprattutto patetici i pistolotti di chi, da questo episodio, traeva spunti moralistici sullo stato della critica italiana (chi è la “critica italiana”? qualcuno la conosce? cortesemente me la presenta?) o sulle modalità con cui la Mostra concede gli accrediti. Il sottotesto era: “Non date l’accredito a questi mentecatti, datelo solo a me che me lo merito”.
  3. Tutti a deplorare lo stato della comunicazione ai tempi del web (il ragazzo era accreditato per un sito internet) e a rimpiangere i bei tempi della carta stampata, poi la stessa carta stampata è quella che fa articoli sul grido “vergogna puttana” e non su altri argomenti (tipo Liliana Cavani, certo!).
  4. Credo anch’io che l’episodio in questione non sia isolato, sia un segno del malcostume che impera da anni alle proiezioni stampa con gridolini, applausi isterici e fischi insensati. Per quanto mi riguarda alle proiezioni stampa non fischio mai e applaudo raramente, ma è un problema mio. Non credo si possano proibire i fischi ma bisogna reprimere gli insulti. Dedurre da alcuni casi, pur non isolati, che la categoria è marcia è però una sciocchezza.

Nel frattempo, richiesta di pronunciarsi sul “tema dei temi” (le donne alla Mostra, le donne nel cinema) Liliana Cavani diceva a Chiara Ugolini di repubblica.it (che ringrazio, come ho già fatto altrove, per il suo lavoro): “La bambina è un’intellettuale possibile come il bambino. E a scuola le bambine hanno le stesse opportunità dei bambini. Manca una visione del mondo complessiva da parte delle famiglie e della società. Non esiste più la necessità di zappare con i muscoli o di andare a caccia di bestie feroci. Le guerre non si fanno corpo a corpo, si fanno premendo un bottone. Io non mi sono mai sentita penalizzata come donna, nel mio lavoro. La donna deve avere l’dea che può fare ciò che vuol fare. È un sentimento da vivere. È giusto vedere le ingiustizie ma non bisogna giudicare troppo. Le donne fanno bene a parlare della libertà, ma è compito di tutti non creare piccole casalinghe facendole giocare con le bambole e con le pentole fin da quando hanno tre anni”.

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La lettura (triste) dei post di Facebook sull’insulto sessista e la frequentazione (entusiasmante) di un’artista che fa cinema da più di cinquant’anni come Liliana Cavani mi induce a una riflessione su un tema più vasto.

Si è parlato molto della scarsa presenza di donne a Venezia 75, sulla necessità di prestare più attenzione al loro lavoro. Si è parlato addirittura di introdurre delle “quote” e c’è chi si batte perché i festival del cinema arrivino in tempi brevi al famoso 50-50, ovvero all’esatta metà di film selezionati firmati da donne.

Sono d’accordo con Alberto Barbera su un punto: “Non credo al discorso delle quote in arte: in altri ambiti è giusto che esistano, ma in altri conta solo la qualità”. L’idea del 50-50 è una provocazione, forse giusta, ma applicarla alla lettera sarebbe una follia. E se poi un festival decide  di scegliere il 70% di film diretti da donne, che succede: protestano gli uomini? Ma alla radice di tutto questo c’è una colossale arretratezza culturale che afferma, o finge di affermare, che il problema riguardi solo le registe. Come se il cinema lo facessero solo i registi – o, appunto, le registe. Il ragionamento sul cinema è ancora fermo agli anni ’50, quando i “Cahiers du Cinéma” si inventarono la “politica degli autori” (un’idea giusta allora, ma che ha fatto più danni della grandine, quasi come il “politicamente corretto”). Nessuno sembra pensare che un film è fatto da centinaia di persone, e che le donne possono essere produttrici (ormai ce ne sono diverse), sceneggiatrici (idem), montatrici (forse la maggioranza), autrici della fotografia (ancora pochissime), scenografe, costumiste (non si contano!), musiciste, attrezziste, addette agli effetti speciali e naturalmente attrici! Se volete introdurre delle quote, cari festival, fatevi mandare da ogni produzione un elenco completo di TUTTE le persone che hanno lavorato a un film, dalla fase della preparazione alla realizzazione del DCP (e non solo i capi-reparto, ma anche gli ultimi “best boy” e “best girl” della lista, così fate davvero un gesto politico). Ci saranno delle sorprese: la quota del 50% è di certo ancora lontana, ma la quota complessiva è sicuramente più alta del 21-22% di registe che lo stesso Barbera ha dichiarato sul totale complessivo dei film della Mostra, non solo del concorso.

Cominciamo a scrostare questa idea crociana del creatore solitario, distruggiamo finalmente la sacralità del regista. Contiamo anche le donne che lavorano nella comunicazione: nei giornali, nelle tv, nelle radio, nei siti internet, nei blog (sono tantissime, per fortuna). Vediamo il cinema, finalmente, per ciò che è: un insieme complesso in cui arte e industria si fondono. Entriamo, accidenti!, nel XXI secolo.

P.S. Nelle tre foto qui sopra vedete Elizaveta Svilova, montatrice dei film di Dziga Vertov; Leigh Brackett, sceneggiatrice fra l’altro del “Lungo addio” di Altman e di “Un dollaro d’onore” di Hawks; Edith Head, costumista capo prima alla Paramount poi alla Universal, con i suoi 8 Oscar. Nessuna di loro si è mai sognata di fare la regista, ma senza di loro il cinema sarebbe diverso (e più povero).

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