Sicari & Soldadi, Sollima & Sollima.

Scrivo raramente, qui sopra, dei film in uscita ma per “Sicario. Day of the Soldado” voglio fare un’eccezione. E la faccio per rendere omaggio a un vecchio amico. Caro Stefano (Sollima), sappi che Sergio (Sollima) è sicuramente orgoglioso di te.

Il vecchio amico è Sergio Sollima (Stefano è un amico giovane, oltre che un bravissimo regista). Sergio Sollima è stato un mito della mia gioventù, e di tutti coloro che erano giovani negli anni ’70. Il suo “Sandokan” televisivo è stato uno degli sceneggiati più belli, più emozionanti e più visti nella storia della televisione italiana. Andò in onda nel 1976, quando il monopolio Rai stava per finire, il fenomeno delle tv commerciali cominciava ad essere visibile e importante e il cinema – almeno in Italia – stava per morire, salvo poi risorgere numerose volte dalle proprie ceneri. Fece ascolti pazzeschi, nonostante i pareri sprezzanti di diversi critici, anche di sinistra – come Giovanni Cesareo, che allora teneva la rubrica di critica televisiva sull'”Unità”, il giornale dove io avrei cominciato a scrivere due anni dopo. Troppo tardi: fosse passato sotto le mie grinfie, “Sandokan” sarebbe stato esaltato, perché era proprio con spirito di esaltazione che seguii le avventure di un personaggio già amatissimo (sono stato un salgariano di ferro, seguace più del Salgari “malese” che di quello “caraibico”) che Sollima trasformava in una sorta di Che Guevara. Un guerriero che combatteva contro il colonialismo e il capitalismo, asserragliato in una piccola isola circondata da nemici, alto e bello e con una lunga barba, con una bandiera rossa in mano: come non pensare a Cuba contro gli yankees?

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Probabilmente all'”Unità” sapevano che Sollima era un compagno, ma evidentemente chi lavorava per la Rai era un compagno che sbagliava. Bah! Anni dopo ho conosciuto Sergio in varie occasioni, soprattutto quando tenne per un certo periodo una rubrica fissa dentro la trasmissione “Hollywood Party” della quale ero diventato uno dei conduttori. Sergio era stato partigiano durante la guerra, aveva fatto il critico cinematografico (mi pare, proprio, anche sull'”Unità” ma non potrei giurarlo, e comunque per un periodo brevissimo), si era diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia e sono quindi felice di festeggiare suo figlio Stefano dalle colonne di un blog che proprio al Centro nasce. Sergio era un bravissimo regista di genere (soprattutto i suoi western sono notevoli: “La resa dei conti”, “Faccia a faccia”, “Corri uomo corri”) ed era un vero intellettuale del cinema anche se si sforzava di non apparire tale. Fra i tre “grandi Sergi” del western italiano – gli altri due sono Leone e Corbucci – era il più consapevolmente politico. Una volta, proprio in redazione a “Hollywood Party”, gli dissi quello che pensavo da tempo (poi ne ricavai anche un pezzo, per “l’Unità”: un piccolo risarcimento): che “Faccia a faccia”, nel quale Gian Maria Volonté interpreta un intellettuale dell’Est che viene fatto prigioniero da una banda di fuorilegge messicani e diventa il loro guru politico, mi faceva pensare a Toni Negri! Con il piccolo dettaglio che il film è del ’67, il ’68 sarebbe arrivato un anno dopo e Toni Negri non era ancora nessuno. Lui si mise a ridere e disse che sì, forse c’era qualcosa di profetico ma in realtà, nel comportamento di Volonté, aveva voluto ricreare certi eccessi ideologici (con conseguenti deliri d’onnipotenza) che aveva visto accadere anche all’interno dei GAP durante la Resistenza a Roma.

Ho divagato, lo so, e Stefano Sollima – se mai leggerà queste note – si starà domandando che cavolo c’entrano questi discorsi con il suo nuovo film. Secondo me c’entrano almeno per due buoni motivi.

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Il primo motivo è che Stefano Sollima ha portato a compimento il sogno di molti registi italiani: fare un film americano al 100%. Non c’è nessun apporto italiano in “Sicario. Day of the Soldado”. Non c’è nessun attore, nessun tecnico, niente di niente. Il film è made in Usa a tutti gli effetti ed è un efficacissimo sviluppo (sarebbe forzato definirlo un seguito) di “Sicario”, il film d’azione diretto nel 2015 da Denis Villeneuve. Di più: se non ve lo dicessero prima, non direste mai che alla regia c’è un italiano – o comunque un regista “esterno” alla macchina produttiva hollywoodiana. Alla sceneggiatura c’è sempre Taylor Sheridan che ha trovato un’evoluzione interessante per i personaggi di Josh Brolin e di Benicio Del Toro, e che nel finale – da non svelare assolutamente – si lascia argutamente una via aperta per un possibile terzo capitolo. Voi direte: ma allora, al posto di Sollima poteva esserci chiunque? Nossignori: al posto di Sollima ci poteva essere lo stesso Villeneuve, o uno come Michael Mann, uno di questi straordinari artigiani dell’action movie che in Italia avevamo negli anni ’60 e ’70, ma che quasi sempre erano costretti a confrontarsi con storie “locali” e con budget risicati. In quegli anni registi come Umberto Lenzi, Stelvio Massi, Fernando Di Leo e lo stesso Sollima senior avevano la competenza tecnica per girare film d’azione credibili, ma Hollywood non li chiamava. Il fatto che Stefano sia stato chiamato a governare un film del genere, e l’abbia portato a casa con una sapienza spettacolare e una competenza tecnica così alte, dev’essere motivo d’orgoglio per lui e per tutto il nostro sistema cine-televisivo: perché è ovvio che Sollima junior è stato ingaggiato con solo per i suoi film (in fondo ne ha diretti solo due prima di questo: “ACAB” e “Suburra”) ma soprattutto per il suo brillante lavoro in due serie come “Romanzo criminale” e “Gomorra”, quest’ultima venduta in tutto il mondo. A ripensarci, non sono moltissimi i registi italiani che hanno diretto film americani tout-court. Sergio Leone è stato in America sia per “C’era una volta il West” sia per “C’era una volta in America”, ma le produzioni erano comunque europee e il destino americano di quei film (soprattutto il secondo) non fu affatto fortunato. Bernardo Bertolucci ha realizzato film internazionali e ha vinto 9 Oscar con “L’ultimo imperatore” ma i suoi capi-reparto (Storaro, Cristiani, Scarfiotti…) erano italiani. In fondo, almeno in tempi recenti ci sono riusciti solo Gabriele Muccino e Carlo Carlei. E scommettiamo che tanti registi di genere degli anni ’60 avrebbero sognato una simile opportunità.

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Il secondo motivo, per quanto possa sembrare strano, è politico. I Sollima, padre e figlio, sono bravi nel nascondere la politica dietro lo spettacolo. Del padre, abbiamo detto. Del sottotesto politico – magari per contrasto: l’assenza e l’impotenza della politica – di lavori come “Romanzo criminale”, “Gomorra” e “Suburra” non occorre parlare. Ma per quanto concerne “Sicario. Day of the Soldado”… alla fin fine, qual è la trama di questo film? Seguiteci. In Messico comandano i cartelli dei narcos. Gli Stati Uniti li vogliono stroncare e chiamano il “risolvi problemi” Josh Brolin. Questo enuncia una teoria così politica, che più politica non si può: “E’ come in Iraq: se tu vuoi sconfiggere un paese diviso in fazioni, conviene attaccarlo quando le fazioni si stanno combattendo fra di loro”. Ecco quindi partire l’ordine dalla Casa Bianca: scatenate una guerra tra i cartelli. Il modo più semplice per farlo? Rapire la figlia adolescente del capo del cartello A, il più potente, e dare la colpa ai cartelli B, C, D… e che importa se tale azione lascia sul terreno cadaveri a dozzine? Poi, quando la maionese impazzisce e la merda arriva nel ventilatore, dalla Casa Bianca arriva un secondo ordine: fermi tutti, ci siamo sbagliati, chi è morto è morto e chi è in pericolo si arrangi. Solo che Brolin, pur essendo un assassino senza scrupoli, ha un suo codice d’onore e non può abbandonare sul campo il suo vecchio sodale Del Toro, riassunto dal primo film per fare il lavoro sporco (e, incidentalmente, vendicarsi dei boss che gli avevano sterminato la famiglia).

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Morale? Il governo Usa (che nel film è rappresentato da questo bel tomo nella foto qui sopra: Matthew Modine, il Joker di “Full Metal Jacket”, nei panni del ministro della difesa; si parla di un “presidente” ma non lo si nomina mai), per salvaguardare i propri interessi, è pronto a scatenare guerre dovunque senza minimamente preoccuparsi dei danni collaterali. Tanto, a spalare la fanga ci vanno gli “operativi” come Brolin e Del Toro, gente coriacea che uccide senza pensarci un secondo ma che riconosce almeno UNA legge morale (e militare): non tradire il compagno che sta sparando al tuo fianco. La stessa legge che invece i narcos non rispettano e forse nemmeno conoscono. “Sicario. Day of the Soldado” è un film durissimo, che racconta un mondo in cui la violenza è uno stato di natura. E come in molte altre storie raccontate da Sollima, la speranza va cercata con molta cura: forse c’è, forse è solo dentro di noi spettatori, se riusciremo ad essere diversi dalle belve che vediamo in azione sullo schermo.

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