Il restauro di “Ultimo tango” e altre storie. Un ricordo di Bernardo Bertolucci

Questo è un ricordo scritto per “strisciarossa”, una testata online con la quale collaboro. Lo ripropongo qui perché riguarda molto da vicino il rapporto fra Bertolucci e il CSC, rafforzato dal recente restauro di “Ultimo tango a Parigi”. 

Lo scorso 15 dicembre, nella saletta di un laboratorio di post-produzione cinematografica sulla via Flaminia (la Laserfilm), Bernardo Bertolucci ha vissuto una giornata a suo modo memorabile, e alcuni di noi l’hanno vissuta con lui. Era la proiezione di controllo del restauro di “Ultimo tango a Parigi”, realizzato in quel laboratorio per conto della Cineteca Nazionale – che a sua volta è parte integrante del Centro Sperimentale di Cinematografia. C’era Felice Laudadio, presidente del CSC; c’era Daniela Currò, conservatrice della Cineteca; c’era Vittorio Storaro, che aveva personalmente curato il restauro di un film così famoso in tutto il mondo, che lui e Bernardo avevano realizzato – rispettivamente – a 31 e 30 anni di età. C’era, per sua fortuna, chi scrive. E c’era Bertolucci. In carrozzella, come ormai da svariati anni, ma in ottima forma, molto curioso di rivedere un film che – parola sua – non vedeva “da allora”, quindi da più di quarant’anni.

La proiezione fu tecnicamente perfetta. Vedemmo la copia con la colonna sonora francese, nella quale Marlon Brando è doppiato da Jean-Marc Bory (successivamente il film sarà distribuito in doppia versione: doppiaggio italiano con le voci di Peppino Rinaldi e Maria Pia Di Meo, versione originale con Marlon Brando e Maria Schneider che parlano un po’ in inglese un po’ in francese). Si capiva che il restauro era ben fatto, e del resto la supervisione di Storaro era una garanzia. Ma c’era comunque, in tutti quanti, un pizzico di trepidazione per come Bernardo l’avrebbe valutato. Quando si riaccesero le luci, lo guardammo: era seduto al centro della piccola platea (la saletta aveva, e ha, 15-20 posti) e tutti i presenti, a cominciare dal suo vecchio amico Vittorio, pendevano dalle sue labbra. Lui stette zitto per qualche secondo, come assaporando il momento, poi si guardò attorno e finalmente disse solo tre parole: “Però! Che film!”. Come se avesse appena visto un gran bel film… diretto da qualcun altro! E forse era proprio così. “L’altro” era il Bertolucci trentenne, capace dopo il successo di “Il conformista” di pensare un film audace e produttivamente ambizioso come “Ultimo tango” e di ingaggiare non “un” mostro sacro, ma “il” mostro sacro, Marlon Brando, dopo aver incassato i “no” dei tre massimi divi francesi: Jean-Paul Belmondo, Jean-Louis Trintignant, Alain Delon.

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E però aveva ragione, Bernardo: “che film!”, questo “Ultimo tango”. Qualche mese dopo il CSC l’avrebbe presentato al Bif&st di Bari e poi rispedito in sala, dove per alcune settimane si è ben difeso superando come media copie anche l’ennesimo capitolo della saga di “Star Wars”. Bertolucci lo avrebbe accompagnato un po’ dovunque, recuperando una voglia di raccontarsi e di stare fra la gente che il suo stato di salute gli aveva quasi azzerato. E pian piano Bernardo era ritornato “l’altro”, il se stesso giovane, perché in varie occasioni dichiarò che gli era tornata la voglia di girare un altro film. L’ultimo, in ordine di tempo, era stato “Io e te”, nel 2012. Infatti la morte, maledetta, ha colto il regista al lavoro, su un copione ancora top-secret, del quale per il momento nulla è dato di sapere. Lo confessò anche in un’insolita conferenza stampa che gli proponemmo lì per lì, dopo la presentazione a Bari, e a film ancora in uscita: gli portammo a casa, nel suo splendido appartamento di via della Lungara, quattro giovani critici e cronisti di cinema che lui non conosceva e che erano emozionatissimi di conoscerlo. Gli dicemmo: “Bernardo, è nata una nuova generazione di critici, scrivono sul web, amano le serie tv ma amano anche il tuo cinema, vedrai che sarà interessante parlare con loro”. Aderì con entusiasmo. Era molto incuriosito dal web, dai social network, dalle nuove tecnologie, dalla possibilità di raggiungere migliaia di persone senza passare attraverso la carta stampata: aveva da poco scoperto WhatsApp e lo trovava un giocherello geniale. A loro, invece, dicemmo: “Volete venire a conoscere Bertolucci? Potrete intervistarlo ma vedrete che alla fine sarà lui a intervistare voi”. Andò proprio così. Dopo quasi un’ora di domande cinematografiche, Bernardo prese in pugno la conversazione e rivolse a loro un sacco di domande sul loro lavoro. I quattro colleghi erano Marianna Cappi di mymovies.it, Mauro Donzelli di comingsoon.it, Raffaele Meale di Quinlan.it e Gabriele Niola di BadTaste.it. A loro, tra l’altro, regalò un piccolo “scoop” – una cosa che, disse, non aveva mai raccontato a nessuno e che effettivamente nessuno di noi aveva mai saputo: due scene di “Ultimo tango a Parigi” con Jean-Pierre Léaud furono  scritte, o comunque “aggiustate”, da Alberto Moravia, ovviamente non accreditato nei titoli. Se volete sentirlo dire da Bertolucci stesso, potete cliccare qui: https://www.youtube.com/watch?v=PKtps6r1cW8&fbclid=IwAR3Qp3p_05pCCX33kYXR5jWtRbL-nDBsl_PgZEMCgswoj5onwzWFHjEBd9o

Bernardo Bertolucci è stato soprattutto un uomo – un intellettuale – curioso. Ha sempre cercato mondi lontani da sé, pur essendo sempre profondamente autobiografico come molti grandi registi italiani (come Fellini, come Bellocchio, come Amelio). Per questo è stato un cineasta internazionale, forse il più internazionale che abbiamo mai avuto: famoso nel mondo come Fellini, capace di raccontare la Cina di “L’ultimo imperatore”, la Francia di “Ultimo tango” e di “The Dreamers”, il Sahara del “Tè nel deserto”, l’America moderna e l’India arcaica del “Piccolo Buddha”; ma naturalmente anche l’Italia di “Novecento”, un viaggio nella nostra storia dall’inizio del secolo alla Liberazione, al ’45, al quale Bertolucci avrebbe voluto dare un terzo capitolo che arrivasse a quel ’68 a lui tanto caro. Bertolucci, non tutti lo sanno, divenne famoso a Hollywood ben prima di girare un film con Marlon Brando. Quando uscì “Il conformista”, nel ’70 (lui aveva 29 anni, Storaro 30), mezzo cinema americano rimase a bocca aperta. Un certo Francis Ford Coppola, che stava preparando un filmetto intitolato “Il padrino”, proiettò “Il conformista” al suo direttore della fotografia Gordon Willis, un super-professionista già quarantenne, e gli disse: “Voglio una fotografia così”. Anni dopo, invece di ordinare una fotografia “alla Storaro”, Coppola si prese l’originale – lo stesso Storaro – e lo portò all’Oscar per “Apocalypse Now”. Nel frattempo Bertolucci diventava uno dei registi più famosi del mondo, ma l’imprinting internazionale glielo aveva dato il cinema, e la Francia adorata: dopo un’ottima maturità, il papà – il grande poeta Attilio – lo mandò in gita premio a Parigi con l’ordine di visitare tutti i musei possibili; il giovane Bernardo disubbidì, passando l’intera vacanza nelle sale della Cinémathèque a ripassare la storia del cinema, anziché quella dell’arte. Il lampo che lo abbagliò sulla via di Damasco – anzi, di Parigi – fu il folgorante esordio di Jean-Luc Godard, “Fino all’ultimo respiro”. Quando Pasolini lo prese come assistente sul set di “Accattone”, il ragazzo – che pure adorava Pier Paolo e lo considerava un maestro – passò intere giornate a parlargli di quel film, suscitando anche un pizzico di gelosia. Ci rimase male quando Pasolini gli disse che finalmente l’aveva visto, “il tuo Godard”, e che il pubblico romano lo “beccava” senza pietà; ma poi si fece perdonare, il poeta, scrivendo una poesia bellissima guarda caso intitolata “Come in un film di Godard” nella quale, in una spaventosa premonizione, si leggevano questi versi: “come in un film di Godard: /sotto quel sole che si svenava immobile/ unico, /il canale del porto di Fiumicino/ una barca a motore che rientrava inosservata/ i marinai napoletani coperti di cenci di lana / un incidente stradale, con poca folla intorno…”.

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Anni dopo, nel 1983, Bertolucci venne chiamato a presiedere la giuria della Mostra di Venezia. Non ne aveva una gran voglia, ma il direttore Gian Luigi Rondi commise l’imprudenza di spifferargli che, in concorso, ci sarebbe stato “Prénom Carmen”, il nuovo film di Godard. Bertolucci prese la palla al balzo. L’ha raccontato poi varie volte, anche a noi, anni fa, su “l’Unità”. Riassumiamo: “Convinsi Rondi a fare una giuria tutta di registi, e pian piano lo aiutai a comporla, chiamando a raccolta una pattuglia di ‘godardiani’ di ferro”. La giuria era composta da Jack Clayton (Gran Bretagna), Peter Handke (Germania), Leon Hirszman (Brasile), Marta Meszaros (Ungheria), Nagisa Oshima (Giappone), Gleb Panfilov (Urss), Bob Rafelson (Usa), Ousmane Sembène (Senegal), Mrinal Sen (India) e Alain Tanner (Svizzera): tutti, chi più chi meno, esponenti delle “nuove ondate” che negli anni ’60 avevano spettinato il cinema mondiale ispirandosi alla lezione francese. “Alla prima riunione dissi loro: siete qua, con me, per dare il Leone d’oro a Jean-Luc Godard. Non importa come sarà il suo film: qualunque cosa abbia fatto, lo ringrazieremo di esistere. Sugli altri premi discuteremo, ma il Leone d’oro è già assegnato. Rondi non sapeva nulla. Fu una piccola operazione di ‘mafia’ culturale, della quale vado ancora molto orgoglioso”. Come noi siamo orgogliosi di averti conosciuto, Bernardo, e di aver fatto assieme a te un pezzo di strada. E d’ora in poi, ogni volta che rivedremo uno dei tuoi capolavori, diremo, con te: “Però! Che film!”.

 

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