L’arrivo del re

Oggi – 31 gennaio 2019 – è un giorno importante. Esce nei cinema italiani il film di Matteo Rovere “Il primo re”, e non si tratta di un film qualsiasi. Voglio segnalarlo non solo perché ritengo sia un lavoro bello e importante, ma perché credo sia cruciale che abbia successo. Non solo per meri motivi commerciali (pure non secondari), ma perché si tratterebbe di un segnale forte. Significherebbe che il pubblico italiano non è provinciale. Significherebbe che non c’è spazio solo per le commedie, in questi ultimi 2-3 anni sempre più meccaniche e ripetitive. Significherebbe che esiste uno sguardo interessato a un prodotto internazionale, perché questo è “Il primo re”: pur raccontando la storia più “local” che esista (la fondazione di Roma) è un oggetto assolutamente “global”, per la qualità della messinscena e per la lingua misteriosa nella quale è parlato. Senza contare che la fondazione di Roma è un evento storico e leggendario la cui portata va ben al di là del Grande Raccordo Anulare.

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Sul protolatino parlato dai personaggi (ed eroicamente recitato dagli attori) lasceremo si sbizzarriscano i pedanti, che avranno sicuramente da ridire. Per chi ha nel proprio passato studi classici (come chi scrive) l’ascolto del film è affascinante, perché è divertente rintracciare nei dialoghi le parole riconoscibili e tentare di indovinare quelle incomprensibili. Si è molto parlato del termine “brether”, radice indoeuropea dalla quale derivano sia l’inglese “brother” sia il russo “брат” (si legge “brat”), ma anche – attraverso varie trasformazioni – il latino “frater/fratris”, quindi il nostro “fratello”. È ovviamente una parola straordinariamente pregnante nella trama, visto che si parla di Romolo e Remo, e la scelta di non usare il termine latino ma di risalire all’origine indoeuropea dà al tema centrale del film una forza ancestrale, potenzialmente comprensibile almeno in tutto il mondo parlante lingue di ceppo, appunto, indoeuropeo. C’è una sorta di messaggio subliminale, non banale di questi tempi: siamo tutti fratelli, e al tempo stesso siamo tutti pronti a ucciderci l’un l’altro.

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“Il primo re” è un film sul comando e sul potere. Infatti, tecnicamente è un war-movie, un film di guerra: da sempre la catena di comando, e le strutture di potere dalla quale tale catena dipende, sono al centro di questo genere. Anche se visivamente il film sembra molto spesso un western – che d’altronde è un altro genere che lavora sui conflitti, e che molto spesso “contiene” e ingloba il war-movie al proprio interno. Ed è noto a molti, almeno a coloro che lo conoscono, il viscerale amore del direttore della fotografia Daniele Ciprì per il cinema di John Ford. Qui però si va alle radici stesse del comando. All’inizio Romolo e Remo sono due pastori. Poco ci viene detto sul loro presente e sul loro passato. Un rapido flash-back ci fa capire che hanno assistito alla distruzione della loro famiglia (non c’è la lupa, non c’è Rea Silvia, non c’è nulla del consueto canone “scolastico” sui due), ma è come se Matteo Rovere e i suoi sceneggiatori Francesca Manieri e Filippo Gravino volessero far nascere i due fratelli dal nulla. E in fondo è proprio una nascita, o per meglio dire una morte/rinascita, quella a cui assistiamo nella prima lunga sequenza: un’esondazione del Tevere distrugge il loro gregge e sconvolge la loro vita, i due si salvano a stento, a prezzo di ferite, rischiando di annegare. Spiaggiati sulla riva come Mosè, vengono fatti prigionieri da un popolo crudele e ferino, che prima li chiude in gabbia come animali e poi – assieme ad altri disgraziati – li costringe a un rituale religioso che prevede sacrifici umani a go-go. È un film molto violento, “Il primo re”: per ciò che mostra, e per ciò che implica, una società quasi preistorica (siamo dalle parti della “Guerra del fuoco”, assai più che dei peplum anni ’50 con i quali il film non ha veramente nulla a che vedere) dove la vita umana non ha alcun valore e l’unica legge che conta è il volere degli dei – o, meglio, di coloro che degli dei si sono autoeletti vicari in terra. A questo rituale Romolo e Remo si ribellano, per volere soprattutto del primo, ma questa ribellione non è umana né umanistica: è pura lotta per la sopravvivenza. Remo, una volta fuggiti assieme a un manipolo che darà vita al primo nucleo di “romani”, prende in pugno la situazione perché Romolo è ferito, quasi morente. Ed è tutt’altro che un capo benevolo: non si parla ancora il latino di Cicerone ma la prima frase che viene in mente è “mors tua vita mea”. Il passaggio narrativo che vede nascere il conflitto tra i fratelli, e la dicotomia Remo/re crudele vs. Romolo/re benevolo, è forse il punto meno forte del film. Avviene tutto un po’ frettolosamente, come se la storia volesse arrivare rapidamente a un epilogo che di fatto è da 2.800 anni inspiegabile. Lo si spiega solo con l’eterna considerazione che il potere acceca: Remo diventa una sorta di Stalin ante litteram, perso nel culto della personalità e pronto a eliminare i compagni che intralciano il suo cammino. Roma nasce sull’omicidio e sulla sopraffazione, come è chiaro anche dalla frase di Plutarco che chiude il film.

“Il primo re” affronta queste tematiche (anche) politiche lavorando sugli archetipi. Sembra di osservare un mondo nel quale ogni cosa avviene per la prima volta. Molti stanno proponendo il paragone con “Apocalypto” di Mel Gibson, ma si tratta di rimandi puramente visuali: in realtà il film di Gibson descrive (fin dal titolo) la fine di un mondo mentre qui si narra un inizio. Il film non ha molti precedenti nel cinema italiano, anche da un punto di vista produttivo. La magnificenza della realizzazione ci sembra indiscutibile: sfruttando in modo astuto l’inutilità di grandi scenografie (qui non ci sono né monumenti né piramidi, solo capanne) la produzione si concentra soprattutto sul look degli attori, sempre lerci e insanguinati, sempre pronti a scannarsi, e su una fotografia che trasforma il bosco laziale – perché di quello si tratta! – in una foresta degna di “Revenant” o di “New World”. I tagli del sole fra gli alberi fanno molto Malick, l’irruzione improvvisa della violenza (lo spettatore sta perennemente in ansia, una freccia o un colpo d’ascia possono arrivare da tutte le parti) fa molto Inarritu. Sono riferimenti “alti” che il film si può permettere. “Il primo re” non sarà un film perfetto dal punto di vista della costruzione drammaturgica, ma è di altissimo livello sul piano della confezione. Matteo Rovere e i suoi sodali hanno fatto centro.

 

 

 

 

 

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