Berlino 1. Correttezze e scorrettezze.

Non se ne esce. E forse è giusto così. Inizia la 69esima edizione della Berlinale e tutto sarebbe sonnacchioso e quasi superfluo – la qualità dei film non si annuncia travolgente, e la pellicola d’apertura è una discreta delusione – se ogni tanto le orecchie di tutti non si appizzassero quando si parla di politica, di MeToo, di “politicamente corretto”. La conferenza stampa della giuria sarebbe scivolata via per quello che è, uno stanco rituale che ogni festival si sente costretto a perpetuare. Ma ad un certo punto la presidente della giuria, la grande diva francese Juliette Binoche, lancia il sasso nello stagno. Parla di Harvey Weinstein, l’orco dal quale il MeToo è partito. E dice: ““Voglio quasi augurare pace alla sua mente e al suo cuore. Sto cercando di mettermi nei suoi panni. Ne ha avuto abbastanza, credo. Molte persone si sono espresse. Ora la giustizia deve fare il suo lavoro”.

Ora, naturalmente, qualcuno ricorderà che Juliette Binoche ha lavorato in un film prodotto da Weinstein, uno dei più importanti: “Il paziente inglese”. E che per quel film ha avuto l’Oscar, come per altro diversa gente che ha avuto a che fare con il produttore quando lo scandalo non era ancora esploso. Ognuno faccia le valutazioni che crede giuste. Ognuno, come Juliette Binoche, segua la mente e il cuore.

The Kindness of Strangers Photocall ? 69th Berlin Film Festival

Per una “scorrettezza” pronunciata da una donna, vivaddio!, ecco invece un trionfo di “correttezza politica” per il film di apertura. Dieter Kosslick ha sempre dato al festival un’impronta molto politicizzata (l’Orso di qualche anno fa a “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi ne costituisce un bellissimo esempio). Per la sua ultima edizione come direttore (dal 2020 lo sostituirà l’italiano Carlo Chatrian) ha scelto come film di apertura “The Kindness of Strangers”, che è nell’ordine: 1) un film diretto da una donna; 2) un film in cui tutti sono “migranti” e arrivano a New York da altre terre dell’America e del mondo; 3) un film che prende spunto dalla violenza domestica, un padre poliziotto che picchia moglie e figli; 4) un film che lancia un caldo appello alla convivenza e all’amore fra chi viene da esperienze di vita dolorose e diverse. Quindi, il film perfetto per questo momento storico. Peccato che sia anche un film piuttosto mediocre, perché la danese Lone Scherfig non è una grande regista e il copione, da lei stessa scritto, è infarcito di luoghi comuni e di sentimentalismi diffusi. La protagonista Zoe Adams è la prova vivente che i grandi registi fanno la differenza: tanto era pudica e perfetta in “The Ballad of Buster Scruggs” dei fratelli Coen, quanto è un campionario di smorfie e di vezzi in questo ruolo. L’unico bravissimo è Bill Nighy (nella foto), anche lui prova vivente: del fatto che quando si parla di recitazione, gli inglesi non li batte nessuno!

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