Berlino 2. I ragazzi di “Selfie”.

Alcuni fantasmi si aggirano per il festival. E casualmente questi fantasmi convergono su un film italiano abbastanza straordinario, sul quale vorremmo fissare per un attimo la nostra e la vostra attenzione. Il film si intitola “Selfie” ed è diretto da Agostino Ferrente, il regista di “L’orchestra di Piazza Vittorio” e di “Le cose belle”, uno dei “cineasti del reale” più attenti e più aperti del nostro cinema. Ma partiamo dal primo fantasma.

Il fantasma è la Berlinale, che sta acquisendo una dimensione veramente spettrale. Sarà che il direttore Dieter Kosslick è alla sua ultima edizione, e che nel corso del 2019 avverrà il passaggio di consegne fra lui e il nuovo direttore artistico (l’italiano Carlo Chatrian): ma è certo che, quest’anno, il concorso e in genere la selezione ufficiale stanno perdendo colpi. È quindi naturale, per tutti coloro che seguono il festival, andare a caccia di film interessanti nelle altre sezioni, da Panorama al Forum. E per fortuna la caccia è proficua: “Selfie”, appunto, è in Panorama. Ed è un film notevolissimo.

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L’altro fantasma è la camorra. In concorso, per l’Italia, c’è “La paranza dei bambini” di Claudio Giovannesi (diplomato del CSC) tratto dal libro di Roberto Saviano, che domani sarà qui a Berlino per accompagnare il film. Sappiamo quanto forte sia il successo di “Gomorra” al cinema e in tv, sappiamo quanto l’universo raccontato da Saviano abbia – come diceva Wim Wenders a proposito del cinema americano – “colonizzato” il nostro inconscio. Siccome “Selfie” si svolge a Napoli, nel rione Traiano, ecco che il paragone con “La paranza” parte in automatico. I media, si sa, cavalcano i luoghi comuni a volte per pigrizia, a volte per ignoranza, a volte con malizia. Sta di fatto che lo slogan nasce subito: i “camorra-millennials”, o i “baby-camorristi” – chiamateli come volete – invadono Berlino. Chi ha fatto giornali per tutta la vita, come il sottoscritto, sa bene che il primo titolo che viene in mente è quello più accattivante. Ma non sempre è quello giusto.

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Alessandro e Pietro, i due ragazzi (autentici, non attori) protagonisti di “Selfie” che vedete nelle foto, non sono camorristi e non hanno la minima intenzione di diventarlo. Uno lavora, fa il barista. L’altro purtroppo non lavora e vorrebbe fare il parrucchiere. Hanno appena compiuto (nella vita reale) 18 anni, quando hanno girato il film erano minorenni “ma già adulti”, come sottolinea Ferrente. Vivono in un quartiere difficile, il suddetto rione Traiano che sta fra Soccavo e la Loggetta, sovrastando lo stadio San Paolo, a due passi dall’università Federico II. C’è di meglio, a Napoli, ma c’è anche di molto peggio. Agostino Ferrente li ha conosciuti recandosi sul posto per raccontare tutt’altro: voleva girare un documentario su Davide Bifolco, un ragazzo di Traiano che nel 2014 fu ucciso da un poliziotto che gli sparò alle spalle dopo un inseguimento. Davide – con altri due compagni – era a bordo di un motorino che non si fermò a un posto di blocco. Lo scambiarono per un pregiudicato, lo inseguirono e l’inseguimento finì tragicamente. Davide era incensurato. Agostino vuole fare un film su di lui, ma conoscendo alcuni suoi amici il progetto di film cambia radicalmente: sceglie Alessandro e Pietro, mette loro in mano uno smartphone, dà loro alcune indicazioni di massima – ma ovviamente i teen-agers di oggi fanno riprese con i cellulari con la disinvoltura di un regista consumato – e chiede loro di raccontarsi: se stessi, l’amicizia con Davide, il loro quartiere, i loro amici, i loro sogni. L’estetica del selfie diventa, da inconsapevole, consapevole. La scelta di Ferrente si rivela azzeccata: Alessandro e Pietro si rivelano attori nati, in mano loro lo smartphone è più stabile di una Arriflex e i due ragazzi conservano tutta la freschezza e la verità dei loro 17 anni. E per tutto il film affermano, con eroica cocciutaggine, di NON voler far la fine di tanti loro coetanei: non vogliono spacciare, non vogliono diventare “uomini d’onore”, non vogliono andare in giro armati, non vogliono far la fine dei camorristi che bazzicano le vie del loro quartiere. Vogliono lavorare. Vogliono avere una vita normale. A Napoli, in quella Napoli, sembra una bestemmia.

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Ieri Alessandro e Pietro sono arrivati a Berlino con il loro regista (che vedete nella foto qui sopra). Freschi di maggiore età, erano al loro primo viaggio fuori da Napoli. Non avevano mai preso l’aereo. Pietro ci ha detto di aver avuto una paura fottuta, Alessandro di essersi divertito assai. Appena arrivati a Berlino hanno cercato una pizzeria e hanno scoperto a proprie spese che, nonostante l’insegna “Pizza Napoli”, il cibo era molto diverso da quello a cui sono abituati. “Selfie”, che sarà distribuito dall’Istituto Luce-Cinecittà, è un film bellissimo, emozionante, commovente. Nell’aurea misura di 70 minuti racconta un mondo che NON è quello di “Gomorra”, anche se magari si colloca giusto al confine. Da vedere assolutamente.

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