Berlino 5. L’arrivo di Wang.

Il titolo è uno scherzo. E’ una citazione dei Manetti Bros. “L’arrivo di Wang” è un loro film, molto divertente: un alieno che sbarca sulla Terra, in Italia, e parla solo cinese perché una sua indagine statistica ha decretato che quella è la lingua più parlata sul pianeta. Non in Italia, però.

In realtà il Wang di cui parliamo è Wang Xiaoshuai, un regista cinese 53enne, di Shanghai, che da diversi anni è fra i migliori di quel “continente”. La Cina, nel cinema, è una superpotenza. E fra i tanti bravi registi cinesi, Wang è uno dei più bravi. Tra l’altro fu  proprio Berlino a rivelarlo in Occidente: nel 2001 lo splendido “Le biciclette di Pechino” vinse l’Orso d’argento, secondo premio del palmarès. Da allora Wang si è ampiamente confermato con una serie di film notevoli, incluso il bellissimo “Red Amnesia” visto a Venezia nel 2014. Il nuovo film si intitola in cinese “Di jiu tian chang”, mentre il titolo internazionale è “So Long, My Son” (“Addio, figlio mio”). E’ passato oggi in concorso alla 69esima Berlinale, al penultimo giorno di competizione, e rischia di essere il classico outsider che spariglia i giochi. Un premio – magari anche gli attori, di una bravura disumana – è pressoché certo, a meno che la giuria abbia dormito per tutta la proiezione; ma l’Orso d’oro, il premio più importante, sarebbe sacrosanto.

so long poster

“So Long, My Son” è un romanzo – mai parola fu più appropriata – che racconta la storia di una famiglia operaia coprendo trent’anni di storia cinese, dagli anni ’80 a oggi. La struttura narrativa è complessa perché Wang (anche sceneggiatore, assieme a Ah Mei) gioca su 4-5 livelli temporali, incrociandoli di continuo e infischiandosene della cronologia. Ma alcuni passaggi da un’epoca all’altra sono folgoranti e il film, a parte qualche momento di difficoltà, si segue con il fiato in gola. Tutto gira intorno alla morte del piccolo Xingxing, figlio dei protagonisti, una coppia di operai in una città industriale del Nord. La morte di un figlio è un trauma indicibile e si colloca nel contesto della cosiddetta “politica del figlio unico” imposta dallo stato cinese nel 1979, e venuta meno (a determinate condizioni) solo alcuni anni fa. Nel film, l’elaborazione del lutto si interseca con la sterilità della donna, a causa di un aborto forzato. Il tema della famiglia e della “parenthood”, l’essere genitori – padre o madre, entrambi i personaggi sono meravigliosamente scritti e interpretati – è fortissimo, ma non impedisce a Wang di comporre un grande affresco storico che parte dai cascami della Rivoluzione Culturale per sfiorare Tian An Men e mettere vigorosamente in scena il denghismo e il nuovo “capitalismo socialista” che ha reso la Cina un paese di improvvise ricchezze e di durissime sperequazioni sociali.

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Il film ha tantissimi momenti commoventi, ma ce n’è uno che riassume in un’immagine un secolo di storia: quando i due coniugi ritornano alla città natale, abbandonata decenni prima, non ritrovano quasi nulla del loro passato perché l’industrializzazione e la speculazione edilizia hanno fatto tabula rasa; ma percorrendo in taxi una strada piena di negozi e di automobili intravvedono a un certo punto una statua di Mao Ze-Dong a braccio levato, che l’uomo saluta quasi senza volerlo, come vedendo un vecchio amico, o per meglio dire un padre che l’ha tradito (e che forse è stato, a sua volta, tradito). “So Long, My Son” non parla solo di padri biologici o adottivi, ma anche di padri ideologici: è un glorioso passaggio di mano fra generazioni in una narrazione fluviale, che dura 180 minuti e si vorrebbe durasse di più.

Speriamo che qualcuno, in Italia, abbia il coraggio di acquistarlo. Nella foto qui sotto, i due genitori anziani sulla tomba del figlio, una tomba dalla quale si ripartirà verso il futuro.

so long cimitero

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