Marlen sta per “Marx e Lenin”…

Veniamo a sapere oggi della morte di Marlen Martynovic Khutsiev, uno dei più grandi registi della storia del cinema sovietico. Era nato nel 1925, quindi è arrivato alla venerabile età di 94 anni, e però ci dispiace come se avessimo perso un vecchio zio. Marlen Martynovic era georgiano, ma viveva a Mosca fin dagli anni ’50 e parlava un russo perfetto. Sul suo nome, che in russo si scrive “Марле́н Марты́нович Хуци́ев”, si potrebbe disquisire a lungo. Il nome proprio “Marlen” non è un omaggio a Marlene Dietrich, che per altro quando lui è nato non era ancora famosa: come spesso facevano i vecchi bolscevichi, il nome è un acrostico formato dalle prime sillabe di Marx e di Lenin. All’epoca, l’anagrafe sovietica permetteva simili giochi di parole – e per altro tutti i grandi leader rivoluzionari avevano degli pseudonimi. Elem Klimov, altro grande regista un po’ più giovane di lui (classe 1933) aveva un nome bello e misterioso che mescolava addirittura tre cognomi illustri: la “e” stava per Engels, “le” per Lenin, la “m” finale per Marx. Dire che il padre di Marlen, Martyn Levanovic Khutsiev, era un militante bolscevico è a questo punto superfluo: più utile (e più tragico) sapere che morì nel 1937, l’anno peggiore delle purghe staliniane (essere georgiano come il dittatore non lo aiutò). Il cognome è invece, come spesso succedeva, una “russizzazione” di un cognome georgiano: il papà di Khutsiev si chiamava Chucišvili, e il cognome Хуци́ев andrebbe in realtà scritto – secondo la traslitterazione scientifica dal cirillico – “Chucìev”, con il forte rischio che noi italiani lo pronunciamo però con tutte le “C” dolci; quando invece la prima è una “c” aspirata alla toscana e la seconda è una “z” dura come la nostra doppia “z” di “pizza”.

Fine della filologia. Passiamo al cinema. Khutsiev – scriviamolo così, a scanso di equivoci – ha fatto pochi film, ma quasi tutti belli, e due di essi sono film-culto in Russia. “Ho vent’anni” (1964) e “Pioggia di luglio” (1966) sono i film-simbolo del Disgelo, i più toccanti e acuti ritratti della gioventù degli anni ’60, dei suoi sogni, delle sue voglie, delle sue delusioni. Sono due gioielli che racchiudono un paradosso: sono storie intimiste, ma in esse si coglie il respiro della grande storia, il battito del cuore di un paese gigantesco che tenta di risvegliarsi dopo le tragedie della guerra e dello stalinismo. “Ho vent’anni” è un capolavoro indiscutibile, ed è un film con due titoli – l’altro, il primo, quello che Khutsiev voleva era “Il bastione Ilic”, nome di un quartiere moscovita con implicita dedica a Lenin – che nascondono una storia complessa. Come l’autore ci raccontò nel 1989, quando avemmo l’onore di intervistarlo a Mosca durante un festival, il film conteneva una sequenza che scatenò le ire dei censori; pare, addirittura, dello stesso segretario del Pcus Nikita Chrusciov, che stava per perdere il potere e probabilmente vedeva nemici dappertutto. Nelle sue peregrinazioni per Mosca, il protagonista finiva in un teatro dove assisteva a una “serata dei poeti” che occupava quasi mezz’ora di proiezione. Fra quei poeti c’erano le future star della cosiddetta “Beat Generation” dell’Urss, scrittori poi famosi come Evtuscenko, Voznesenskij, Achmadulina. In quello scorcio storico le loro poesie erano ancora proibite, o comunque semi-clandestine. Sta di fatto che la “serata dei poeti” provocò un braccio di ferro nel quale il regista fu ovviamente sconfitto: girato fra il ’63 e il ’64, nello stesso periodo in cui l’italiano Giuseppe De Santis era in Urss per realizzare “Italiani brava gente”, “Ho vent’anni” uscì con il nuovo titolo nel ’65. Solo negli anni ’80, in piena perestrojka, la sequenza incriminata venne ripristinata.

Qui sotto vedete un’immagine del film, nello stupefacente bianco e nero fotografato da Margarita Pilichina, una grande direttrice della fotografia.

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Oltre vent’anni dopo, nel “magico ’89”, Khutsiev ci disse: “Molti ora mi dicono che avrei dovuto impuntarmi, e che il film sarebbe uscito oggi durante la perestrojka, con tutti gli onori. Io invece penso che, nonostante i tagli, sia stato un film importante allora. Parlava del conflitto padri-figli e delle speranze delle nuove generazioni”. Sarà bene anche ricordare il fondamentale contributo di un giovane sceneggiatore, Gennadij Spalikov, che aveva solo 25-26 anni quando scrisse il film (era nato nel 1937) e sarebbe morto ancora giovane nel 1974. Spalikov ha scritto alcuni titoli fondamentali del cinema di quel decennio, a cominciare dal divertente “A zonzo per Mosca” di un altro georgiano, Georgij Danelija, che nel 1963 lanciò un attore ancora adolescente che sarebbe diventato un regista e un uomo politico importante e discusso, Nikita Michalkov.

Chutziev

Mi permetto di inserire qui sopra un ritaglio dell’intervista con Marlen Martynovic che pubblicammo su “l’Unità” nel luglio del 1989. Non so se si legge, ma è comunque un reperto di un’epoca e di un giornale che non ci sono più. Passai con lui un intero pomeriggio, “a zonzo per Mosca”. Era simpatico, vivace, dallo sguardo e dalle battute acuminate: era un convinto sostenitore di Gorbaciov ed esprimeva, sulla sua leadership, un ottimismo che purtroppo sarebbe rimasto deluso. Il festival di Mosca mi aveva assegnato un’interprete, e nonostante il mio russo fosse allora piuttosto buono il suo aiuto era comunque utile: né posso escludere che la ragazza avesse anche, come ai vecchi tempi, il compito di tenermi d’occhio e badare che non combinassi guai. Era una ragazza molto bella, con degli splendidi capelli rossi: Marlen Martynovic sembrava molto più interessato a lei che a me, anche se l’idea di essere intervistato – vent’anni dopo i suoi film più famosi – da un giornalista occidentale lo lusingava, e il nome del giornale – “l’Unità” – gli era molto caro. Fece altri due film dopo il 1989: uno nel 1991, “L’infinito” che confesso di non aver visto, l’altro, un documentario, intitolato “Gente del 1941”. Alcuni siti gli assegnano un progetto in corso (a 94 anni!), “Nevecernaja”, sulla vita di Lev Tolstoj. Chissà se nei prossimi mesi ne sapremo qualcosa. 

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