Cannes 1. Morti di noia.

Come è iniziata la 72esima edizione del festival di Cannes?

Abbastanza male, grazie.

dead poster

Dopo una domanda retorica e una risposta altrettale, sorge spontanea un’altra domanda alla quale è complicato rispondere: che razza di film è “Dead Don’t Die”, e perché sta in apertura del festival cinematografico più importante del mondo? Il “perché” in realtà è facile da individuare: per aprire Cannes (o Venezia, o Berlino) servono film popolari con un cast importante, perché il tappeto rosso del primo giorno è cruciale. Quest’anno Cannes aveva due opzioni: il nuovo film di Hirokazu Koreeda, “La verità”, o il film di Jarmusch. Fino a due-tre mesi fa tutti scommettevano a occhi chiusi sul giapponese: è la Palma d’oro in carica (ha vinto nel 2018 con “Affari di famiglia”) e “La verità” è il suo primo film francese, con due dive del calibro di Catherine Deneuve e Juliette Binoche. Poi la sorpresa: il film (pronto) non è nemmeno al festival. Alcuni “rumours” sussurrano che Koreeda volesse passare in concorso e il festival offrisse invece un fuori concorso, ma i “rumours” più consistenti dicono che per non essere stato scelto da Cannes il film dev’essere venuto piuttosto male. Chi vivrà, (lo) vedrà.

Rimane Jarmusch. Un film di zombie – quindi un film di genere – con Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton, Selena Gomez, Danny Glover, Iggy Pop (con Jim, nella foto qui sotto), Tom Waits… insomma, un bel pacchetto di star “transmediali” come si usa dire oggi, a cavallo fra cinefilìa, musica e cultura pop. Perfetto.

dead jar

Solo che il film è veramente deludente. È fiacco nell’idea “ecologica” iniziale (gli zombie vengono risvegliati da uno spostamento dell’asse terrestre provocato dal “fracking”, le trivellazioni intensive per la ricerca di gas e petrolio). È prevedibile nello sviluppo (il tema ecologico scompare subito e i morti escono dalle tombe e cominciano a cibarsi dei vivi). È modesto negli effetti speciali (Jarmusch rinuncia volutamente allo splatter ma non ha idee alternative sufficientemente forti). È ovvio nella lettura socio-politica (gli zombie sono una metafora del consumismo compulsivo, ma era così già nei film di Romero nel secolo scorso). Ed è totalmente assurdo nel finale, che ovviamente non riveliamo (ma stavamo per alzarci e andarcene, credeteci). Sinceramente, da Jarmusch ci aspettavamo una rilettura ironica del genere. Un pizzico di ironia qua e là c’è, ma è inerte, “appesa”: e certo non aiutano le facce impassibili di Murray e Driver, che non cambiano mai espressione qualunque cosa succeda, né il cliché ormai abbastanza intollerabile all’interno del quale lavora la “dark lady” Tilda Swinton.

Film debolissimo. Dopo tanti anni di carriera, è tempo forse di dire che Jarmusch funziona nei film minimalisti, dove la sua ironia può applicarsi al quotidiano (“Paterson”, in quel senso, era un capolavoro). Ma quando decodifica il genere, come il western in “Dead Man” o il film di vampiri in “Solo gli amanti sopravvivono”, manca sempre qualcosa. Inoltre, è un’operazione cinefila su cui ha campato il miglior cinema americano degli ultimi 40 anni (la New Hollywood degli anni ’70: Altman, Penn, Pollack, Bogdanovich, il primo Spielberg) e quindi simili riletture, oggi, sono riletture al quadrato. I morti non muoiono, ma in questo film sono moribondi.

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