Cannes 3. Ci sono tutti gli altri, e poi c’è Ken Loach

Ci sono tutti gli altri, quelli che raccontano storie più o meno belle, nelle quali succedono cose a volte tristi a volte divertenti, a volte violente a volte romantiche. Ci sono tutti i registi normali. Poi c’è Ken Loach.

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Ken Loach compirà 83 anni il prossimo 17 giugno e fa film ormai esattamente da cinquant’anni, da quando nel 1969 firmò la sua opera prima, “Kes” (per inciso: un gioiello). Ma aveva già lavorato in televisione (e quando entra in confidenza arriva a raccontarti che ha iniziato come attore, cosa che lo fa diventare rosso come un inglese abbronzato). È da sempre il principale cantore della “working class” britannica e da oltre vent’anni lavora in tandem con lo sceneggiatore Paul Laverty, che assieme a lui e alla produttrice Rebecca O’Brien costituisce un team creativo e produttivo inossidabile.

Per anni Loach, Laverty e O’Brien hanno realizzato film semplici e perfetti: macchine narrative molto lineari, basate su un accurato lavoro di documentazione sul campo (loro ci vanno, fra i lavoratori, prima di scrivere) e poi su sceneggiature a orologeria. Un cinema a suo modo classico, quasi “hollywoodiano” (nel senso della Hollywood anni ’40 e ’50) nei modi produttivi e nella struttura ma basato su presupposti sociali e ideologici ovviamente opposti. Loach è un trotskista inglese, quindi un uomo di sinistra con idee molto precise e ben poco “socialdemocratiche”. Non ama il Pd esattamente come non amava il Labour di Blair, tanto per capirci, e negli anni – avendolo intervistato non so quante volte – mi ha sempre chiesto, con preoccupazione, cosa diavolo stesse combinando il Pci, poi il Pds, eccetera eccetera (non vi dico quanto si è arrabbiato quando ha chiuso, e poi richiuso, “l’Unità”).  Quella sinistra italiana che per i compagni britannici era un faro ai tempi di Berlinguer si è dissolta lasciando anche loro nelle peste.

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Da qualche anno, Loach è entrato in quella ristretta categoria di cineasti che invecchiando migliorano, raggiungendo l’essenza purissima del cinema che hanno fatto per decenni. Almeno da “Il vento che accarezza l’erba” in poi (Palma d’oro a Cannes nel 2006) i film di Loach sono usciti dalle categorie del “bello” e del “brutto” (o del “meno bello”) per entrare molto semplicemente nella categoria del “necessario”. Inoltre si sono drammaturgicamente scarnificati. Ormai Loach fa film che sembrano documentari. I suoi personaggi sembrano persone reali “pedinate” dalla macchina da presa, come sognava Zavattini. In realtà sono interpretati da attori super-professionisti che però, essendo poco famosi, a noi sembrano veri operai britannici. Con gli ultimi film, “Io Daniel Blake” e il nuovo “Sorry We Missed You”, lui e Laverty si sono innamorati di Newcastle e non mancano mai di mettere nei film almeno una scena in cui si parli delle Magpies, le “gazze”, ovvero la squadra locale con la maglia bianconera (Loach è un appassionato di calcio con pochi eguali). Il nuovo film racconta le giornate di Ricky Turner e della sua famiglia. Ricky è un uomo sulla quarantina che trova un lavoro come “consegnatore di pacchi”: in teoria si guadagna bene, il furgone è di tua proprietà e che sarà mai, girare per la città a recapitare merce alla gente? In realtà è un lavoro massacrante in cui anche un minuto perso si trasforma in multe e penalizzazioni, come sa chi ha indagato anche superficialmente le condizioni di lavoro dei dipendenti di Amazon.

Come “Io Daniel Blake”, “Sorry We Missed You” non è un film, è uno specchio. Ti mette davanti alla vita vera e ti fa inevitabilmente pensare alla tua, di vita. Finisce aperto, senza drammi particolari: perché il vero dramma, in questo società liquida e globale, è essere un lavoratore che deve mantenere due figli e fare i conti con l’affitto e le bollette. La vera tragedia (altro che Shakespeare!) è dover essere concreti in un mondo sempre più astratto. Viviamo nella prima epoca – da molti decenni a questa parte – in cui le nuove generazioni staranno peggio delle vecchie, e i film di Ken Loach sono la miglior prova di come ci siamo ridotti.

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