Cannes 4. “Lei è sempre stato il custode, signor Torrance”. Il ritorno di “Shining”

L’immagine che vedete qui sopra è stata scattata dal sottoscritto, con lo smartphone. E’ lo schermo della sala Debussy, la seconda per grandezza del Palais, dove ieri sera è stato proiettato – all’interno della sezione Un Certain Regard – il restauro di “Shining” realizzato dalla Warner Bros. La sala era stracolma. La proiezione è stata introdotta dal direttore artistico di Cannes, Thierry Frémaux; dal regista messicano Alfonso Cuaron, “kubrickiano” fervente; da Katharina Kubrick, una delle tre figlie del regista (in realtà nata Katharina Christiane Bruhns nel 1953 dal primo matrimonio di Christiane Harlan, qualche anno prima che lei e Kubrick si conoscessero e si sposassero); e da Leon Vitali, già attore in “Barry Lyndon” e poi devoto braccio destro del maestro. Li vedete nella foto qui sotto, anch’essa bruttissima perché sempre opera del sottoscritto. Da sinistra Katharina, Vitali, Cuaron e Frémaux.

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Il restauro in 4K di “Shining” è interessante per noi europei perché riporta il film a una durata dichiarata di 146 minuti, circa 20 minuti in più della copia a suo tempo distribuita in Europa. Si tratta della leggendaria “copia americana”, quella inizialmente distribuita negli Usa e poi ampiamente ritoccata da Kubrick per i mercati europei. I tagli sono parecchi, a volte molto brevi e interni a sequenze comunque rimaste; ma alcuni sono veri e propri blocchi (o “blocchetti”) narrativi completamente espunti. Due esempi. All’inizio, mentre è ancora in corso il viaggio esplorativo di Jack all’Overlook, il piccolo Danny – in compagnia della mamma, Wendy – viene visitato da una dottoressa, che poi si trattiene a parlare con la madre. Nel finale, quando il cuoco Halloran accorre all’Overlook perché lo “Shining” lo ha avvertito che Danny è in pericolo, c’è una lunga telefonata fra lo stesso Halloran – appena sbarcato all’aeroporto di Denver – e un noleggiatore di auto, anch’egli afroamericano, al quale il cuoco chiede di mettergli da parte un gatto delle nevi per arrivare all’Overlook. Queste scene sono state completamente espunte e quindi i due attori (Anne Jackson che fa la dottoressa, Tony Burton che fa il noleggiatore ed è stato il “corner man”, l’uomo all’angolo del ring in tutti i film di “Rocky”) sono scomparsi dall’edizione europea del film.

Fu lo stesso Kubrick, ripetiamo, a operare questi tagli. Ed è abbastanza chiaro il perché. Sono quelli che nel gergo degli sceneggiatori si chiamano “spiegoni”. La scena con la dottoressa serve a darci informazioni su Danny: Wendy le racconta di quando il padre gli  ha spezzato il braccio (molto più avanti, Jack lo racconta di nuovo al luciferino barman Lloyd) e soprattutto si parla a lungo di Tony, l’amico immaginario che vive nella bocca di Danny. Il dialogo è bello, Anne Jackson – come Shelley Duvall e il piccolo Danny Lloyd – è molto brava ma la scena, appunto, “spiega” troppo: vista la natura onirica e inconscia del film, è più bello “vedere” Tony in azione quando Danny cambia voce e scoprire pian piano la ragione profonda della sua “presenza”.

La copia, così reintegrata, è comunque enormemente interessante e contiene anche alcune chicche che noi europei c’eravamo persi, come la famosa immagine degli scheletri mummificati, una delle “visioni” di Wendy quando nel finale l’Overlook si anima e anche lei comincia a godere gli effetti dello “Shining”… Rivedere il film, anche per chi lo ha visto decine di volte come chi scrive, è un’emozione immensa. Ed è stato bello ricevere all’ingresso la copia “filologica” del vecchio press-book, che conserveremo gelosamente. Eccolo qui sotto.

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A differenza di altri film dell’epoca, “Shining” non ci sembra minimamente invecchiato. Certo, ha un ritmo pre-postmoderno (ci passate il paradosso temporale?), soprattutto in questa versione lunga. Ma gli spaventi sembrano funzionare ancora e questa dilatazione narrativa incoraggia la lettura più giusta del film. Non siamo di fronte a un horror, anche se la derivazione da Stephen King e le esigenze commerciali spinsero a lanciarlo in questo modo; né alla rivisitazione d’autore di un genere, come avveniva in quegli anni con i film della New Hollywood (Altman, Penn, Pollack, Bogdanovich…). “Shining” è una raffigurazione plastica della mente umana, non a caso è ricco di dissolvenze incrociate e di rimandi narrativi grazie ai quali le menti dei personaggi si “parlano” l’un l’altra. Tutto avviene dentro l’Overlook (e non a caso quasi tutti i tagli di Kubrick riguardano scene che si svolgono FUORI dall’albergo). L’Overlook è un organismo vivente che ingloba tutti i protagonisti. Sui riferimenti alla fase orale (il cibo, la bocca) la critica si è ampiamente sbizzarrita: l’amico che vive nella bocca di Danny, la parola “redrum” scritta con il rossetto, Jack che viene rinchiuso nella dispensa, ecc. Ancora più interessante rimarcare l’onnipresenza dei bagni, con tutta la loro carica simbolica e corporea al tempo stesso: vediamo Danny per la prima volta in bagno, il decisivo dialogo fra Jack e Grady avviene nella toilette, la strega della stanza 237 emerge dalla vasca da bagno, Wendy si rifugia in bagno quando Jack arriva con la scure deciso a farla a pezzi. Sui bagni nel cinema di Stanley Kubrick si potrebbe scrivere un libro. Ci limitiamo a qualche foto.

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Ieri sera sia Katharina Kubrick, sia Alfonso Cuaron hanno invitato il pubblico a vedere il film senza tener conto di tutte le teorie secondo le quali sarebbe pieno di messaggi subliminali – anche sull’allunaggio, secondo la nota leggenda per cui le immagini dell’uomo sulla Luna sarebbero state girate da Kubrick per conto della Nasa. Teoria, quest’ultima, suffragata da questo maglioncino (per altro intrigante assai) indossato da Danny Lloyd in una scena.

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Si sa, i film di Kubrick scatenano le dietrologie. Anche gli errori di continuità (dei quali “Shining” è stracolmo) vengono letti spesso come messaggi cifrati. La rete è piena di video e di siti che catturano singolari contraddizioni in alcune scene del film: un sandwich prima intero poi mangiato a metà, mobili che cambiano posizione, immagini a volte riflesse negli specchi e a volte no, e così via; per non parlare della più clamorosa di tutte, l’assenza del labirinto nelle inquadrature dell’hotel riprese dall’alto (ovviamente quello inquadrato dall’elicottero è un vero hotel mentre tutto il resto è ricostruito in studio). Curiosamente non abbiamo trovato da nessuna parte un errore che abbiamo notato per la prima volta solo ieri sera. E’ la scena in cui Jack entra nella famigerata stanza 237, va in bagno (e dalli!) e comincia a intravvedere una figura dietro la tenda della doccia. Ecco la prima immagine: 

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Da dietro la tenda, lentamente, compare una splendida ragazza nuda:

bagno 2

Guardate con attenzione queste due immagini: in alto a destra, all’interno dell’arco che incornicia la vasca, si intravvedono due oggetti bianchi. La doccia e il rubinetto, probabilmente. Poi la ragazza esce dalla vasca, si avvicina a Jack e lo bacia. Successivamente Jack la vede nello specchio (altro oggetto ricorrente nel film) e si accorge che la bella ragazza è diventata una vecchia dal corpo decomposto e purulento. Ecco l’immagine del bacio:

bagno 4

Se guardate bene in alto a destra, la doccia non c’è più! Ed è sempre lo stesso set. Cos’è successo? Lo scenografo è impazzito? O Kubrick voleva dirci qualcosa?

Forse, semplicemente, di ricordarci di fare la doccia.

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