Cannes 5. Tarantino e la Hollywood che non c’è più.

Nel 2003 recensii sull’Unità un film di Alan Parker che si intitolava (anche in italiano) “The Life of David Gale”. Film dimenticato e forse introvabile, visto che il protagonista era Kevin Spacey, oggi “persona non grata” in un cinema che sembra impazzito. Era una non-recensione, perché il film conteneva nell’ultima sequenza un colpo di scena che non andava assolutamente rivelato – ma senza rivelare il quale il film era non-raccontabile e non-discutibile. Il tema era la pena di morte: Kevin Spacey era un militante contro la pena capitale che veniva accusato di stupro e omicidio e… condannato, appunto, a morte. Un’intrepida cronista indagava per tentare di salvarlo e negli ultimissimi minuti di film scopriva “qualcosa” che sconvolgeva completamente le sue convinzioni e lo stesso impianto narrativo e ideologico del film.

Ci sono film che, se non si racconta il finale, di fatto non possono essere analizzati. In fondo era cosi – per passare a un genere diverso – anche “In nome del popolo italiano” di Dino Risi: rivelare allora, nel 1971, che nel finale il magistrato Ugo Tognazzi getta nella spazzatura il diario della ragazza assassinata che scagiona (dall’accusa di omicidio, non da altre nefandezze) il bieco industriale Vittorio Gassman sarebbe stata una scorrettezza. Lo stesso sta accadendo in queste ore con “Once Upon a Time in Hollywood” di Quentin Tarantino. Con uno strano, paradossale effetto. Lo stesso regista ha diffuso – tramite il festival di Cannes – una sorta di appello ai media in cui prega di non rivelare “anything that would prevent later audiences from experiencing the film in the same way” (nulla che impedirebbe agli spettatori di avere la stessa vostra esperienza del film; qui sotto, la riproduzione della lettera). Tra l’altro saggiamente Tarantino non parla di finale. Però la richiesta stessa di non rivelare nulla implica che c’è qualcosa da rivelare, e quando una simile richiesta riguarda un film che racconta una storia vera (la strage di Bel Air, l’omicidio di Sharon Tate e dei suoi amici) è fin troppo facile fare due più due.

lettera

Quindi, in realtà, non dovremmo scrivere su “Once Upon a Time in Hollywood”. Ma gli amici a casa vogliono sapere! E quindi? Il recensore a questo punto è costretto a porsi una domanda: è possibile parlare del film prescindendo totalmente dalla strage, dalla “Manson family”, da Sharon Tate e Roman Polanski? Curiosamente, è possibile: perché Sharon Tate più che un personaggio è una presenza (Margot Robbie dirà sì e no venti parole in tutto il film), Polanski non si vede quasi mai e Manson ancora meno. Il film è in realtà la storia dei due vicini di casa della coppia: l’attore di telefilm Rick Dalton, un po’ sfigato e maldestramente ambizioso, e la sua controfigura/assistente/amico tuttofare Cliff Booth. Un’altra coppia, però di outsider, mentre Polanski – come si ricorda in un dialogo – è in quel momento il regista più “hot” di Hollywood dopo il grande successo di “Rosemary’s Baby”. La storia di Rick e Cliff diventa la scusa per quello che il titolo promette: un “c’era una volta” hollywoodiano tutto costruito sulla struggente nostalgia degli anni ’60, per uno studio-system che ancora funzionava anche se proprio nell’anno di Bel Air (e di Woodstock) sarebbe arrivato “Easy Rider” a sconvolgere le regole del gioco.

once cf

Per un’ora e mezza “Once Upon a Time in Hollywood” è un gioco a tratti delizioso, qua e là stucchevole. Non solo vengono citati film a iosa: si ricostruisce l’immaginario televisivo e musicale, si espongono come in un catalogo i prodotti dell’epoca, si percorrono le vie di Hollywood su macchine d’epoca, si va a cena negli storici ristoranti di L.A. (una scena iniziale si svolge a Musso&Frank, uno dei più antichi ristoranti della città molto visto al cinema, ancora oggi memoria vivente di un’epoca scomparsa). Ci sono momenti molto belli e divertenti, con DiCaprio e Pitt in gran spolvero.

Poi il film ha un’impennata – che si può raccontare. Cliff dà un passaggio a una ragazzina hippy che ha già intravisto varie volte. Lei si fa portare in un ranch sulle colline, dove Cliff ha girato dei western in passato. E lì, per una ventina di minuti, è purissimo Tarantino: quelle scene in cui non succede nulla ma la tensione si taglia con il coltello e tu, spettatore, senti che può succedere di tutto. Lì capiamo che quello è lo Spahn’s Movie Ranch dove Manson e la sua congrega si erano rifugiati, quello cantato da Neil Young in “Revolution Blues” (“Well we live in a trailer at the edge of town / You never see us ‘cause we don’t come around / We got twenty five rifles just to keep the population down… I hear that Laurel Canyon is full of famous stars / But I hate them worse than lepers and I’ll kill them in their cars”). Cliff capisce subito che c’è un’aria strana. Che tutte quelle ragazze hippy che lo squadrano hanno qualcosa di sinistro. Sembra una scena di “Le colline hanno gli occhi” di Wes Craven. Tarantino la risolve benissimo, la violenza ancora non esplode ma la “presenza” di questi hippy senza casa, che percorre tutto il film, si trasforma in una minaccia (qui sotto, Brad Pitt proprio in quella scena).

once pitt

Quella scena è la chiave di tutto il film. “Once Upon a Time in Hollywood” è un film molto nostalgico ma la cinefilia – che pure è l’impalcatura su cui tutto l’opus tarantiniano si regge – non lo esaurisce. La nostalgia non è solo per il cinema degli anni ’60, ma per gli anni ’60 tout court. La nostalgia è per una Los Angeles che Tarantino ha vissuto da bimbo e ha idealizzato. Ieri ha raccontato: “Manson e i suoi gestivano questo ranch, organizzavano gite a cavallo, erano molto gentili con le persone. Si mantenevano così. Io sono stato in uno di questi ranch con mia madre, avevo 6 anni, ricordo la gita a cavallo. Non so se era proprio lo Spahn ma mi piace pensare che era proprio quello”. Qui, bisogna dire, si misura tutta la bizzarria e – possiamo dirlo? – la superficialità di certe affermazioni di Tarantino. Gli piace pensare di aver sfiorato Manson quando aveva 6 anni? Bah! Bisognerebbe anche ricordargli che Manson e i suoi non si mantenevano affatto con le gite a cavallo (che erano semmai una copertura), ma spacciando droghe assortite a mezza Hollywood e soprattutto alla scena rock di Laurel Canyon, da qui la citazione di Neil Young appena riportata. Ma torniamo al film. Per un’ora e mezza “Once Upon a Time in Hollywood” è la ricostruzione affettuosa di Los Angeles e della sua “cultura” prima appunto che arrivassero “Easy Rider”, la New Hollywood, Altamont dopo Woodstock e Richard Nixon (già in carica) a distruggere tutto. Ma siccome Tarantino fa il buffone ma non lo è, in quella scena nello Spahn Ranch mostra in azione il virus che sta per distruggere quel mondo. Sempre in conferenza stampa il regista ha parlato di “perdita dell’innocenza”. Anche qui, bisognerebbe rispondergli con una famosa frase di James Ellroy (“l’America ha perso l’innocenza a bordo del Mayflower”) ma non sarebbe nemmeno giusto: l’America perde l’innocenza quasi ogni giorno e la sua arte – cinema, letteratura, rock’n’roll – racconta questa perdita “a loop”, da sempre.

Dopo quella scena parte la fiaba. “C’era una volta”, appunto. Sembrerebbe un omaggio a Sergio Leone e lo è, ma è anche un omaggio ai fratelli Grimm. C’è un castello con una principessa, c’è un castello accanto con due cavalieri un po’ scalcagnati, arrivano gli orchi e il resto non si può raccontare. Se volete capire davvero cosa successe a Cielo Drive, riascoltate Neil Young e riascoltate “Helter Skelter” dei Beatles. Quelle non sono fiabe.

 

 

 

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