Venezia 2. L’ennesimo, grande film di Roman Polanski.

“J’accuse” di Roman Polanski è stato presentato oggi in concorso a Venezia. Il grande regista non c’era. Era rappresentato dalla moglie, l’attrice Emmanuelle Seigner che nel film ha un ruolo importante; dai protagonisti Jean Dujardin e Louis Garrel; e dai produttori. Li vedete qui sotto.

Il film è bellissimo, anche se non vincerà il Leone d’oro.

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In una delle prime scene di “J’accuse”, il colonnello Picquart si reca a casa del generale Sandherr, del quale ha appena preso il posto quale capo dei servizi segreti. Sandherr è anziano, divorato dalla sifilide, scosso da continui tremori. Sta per morire. E da moribondo, descrive al giovane collega un quadro della Francia che non è più il Paese che ha servito, con onore e con amor di patria: “Un paese pieno di stranieri, che non riconosco più”.

In una delle ultime scene di “J’accuse” si arriva finalmente alla pubblicazione della celebre lettera di Emile Zola pubblicata sul giornale “L’Aurore” il 13 gennaio 1898. La reazione di parte dell’opinione pubblica francese è terrificante. Roman Polanski decide, in questa scena, di mescolare i tempi storici. Vediamo un rogo di copie di “L’Aurore” e di libri di Zola, mentre in una strada energumeni dipingono stelle di David sulla vetrina di un negozio ebreo e la sfondano a sassate. Siamo nella Francia del 1898 ma siamo anche nella Germania del 1938, per la precisione nella notte fra il 9 e il 10 novembre: l’affare Dreyfus si sovrappone alla notte dei cristalli.

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Nella primissima scena di “J’accuse” (foto qui sopra) assistiamo alla degradazione di Dreyfus davanti a tutto l’esercito francese schierato in pompa magna. Il giovane ufficiale, accusato di essere una spia tedesca, viene degradato in pubblico: gli strappano le mostrine, gli fanno a pezzi la divisa, gli spezzano in due la sciabola. La distruzione fisica di un ufficiale diventa la distruzione morale di un uomo. Sullo sfondo si vede la Tour Eiffel. Rosi dal dubbio, siamo andati a controllare: siamo nei primi giorni del 1895, Dreyfus era stato condannato per alto tradimento il 22 dicembre del 1894, e la Tour Eiffel era lì. Era stata inaugurata nel 1889. Era il simbolo del Moderno, per la Francia e per tutto il mondo, ma in quella Francia che era un faro per gli artisti e gli intellettuali di tutto il pianeta si aggirava un’altra caratteristica fondante del Moderno, assai meno nobile: l’antisemitismo e in senso lato il razzismo, e le loro ricadute politiche che avrebbero mietuto milioni di vittime nel XX secolo. Siamo abituati a considerare il Novecento un “secolo breve” ma Polanski e Robert Harris (che ha sceneggiato il film partendo da un proprio, notevole romanzo) sembrano suggerirci che sia stato un “secolo lungo”: i germi del nazismo sono già lì, nella civilissima Francia, e dovunque un uomo possa essere perseguitato e colpevolizzato a priori a causa della sua etnia o della sua religione.

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Costruito come un viaggio nei risvolti giuridici e politici dell’”affaire”, “J’accuse” (in Italia si chiamerà “L’ufficiale e la spia”) realizza un’impresa anche ideologicamente audace e onesta: racconta tutto dal punto di vista del colonnello Picquart (bellissima prova di Jean Dujardin), l’ufficiale che appena messo a capo dei servizi comincia subito a capire che l’inchiesta su Dreyfus è piena di falle. All’inizio Picquart è tutt’altro che simpatico: Dreyfus è un ufficiale che dipende da lui, e in un dialogo i due si affrontano per una mancata promozione (è la foto qui sopra, con Dujardin a sinistra e l’irriconoscibile Garrel a desta). Picquart non le manda a dire: “Se lei mi chiede se gli ebrei mi siano simpatici, la risposta è no. Se lei mi chiede se il suo essere ebreo mi impedisca di giudicare serenamente il suo caso, la risposta è ancora no”. Fatta questa premessa, e assunto il paradossale punto di vista (per l’ebreo Polanski, e in assoluto) di un “antisemita intelligente”, il film è un continuo andirivieni nel tempo che riesce nel miracolo di essere limpido, comprensibile e costantemente emozionante. La ricostruzione storica è mirabile, la fotografia di Pawel Edelman è da Oscar, il film è uno dei migliori nella pur mirabolante carriera di Polanski. Ed è uno dei non pochi film che solo Polanski poteva fare: solo uno con la sua biografia, scampato da ebreo prima al nazismo poi allo stalinismo, perseguitato da tragedie collettive e personali, poteva raccontare prima il ghetto di Cracovia nel “Pianista”, poi l’infanzia avventurosa di un orfano in “Oliver Twist” e ora la persecuzione di un innocente odiato, in quanto ebreo, da un intero paese.

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Se fossimo in un tempo normale “J’accuse” sarebbe un ovvio candidato al Leone d’oro. Ma viviamo in un tempo nevrotico e paradossale, pieno di razzismi che agiscono apparentemente per sradicare altri razzismi. Per questo “J’accuse” a Venezia parte a handicap, dopo le dichiarazioni della presidente della giuria Lucrecia Martel di cui vi abbiamo riferito due giorni fa. I produttori italiani (Luca Barbareschi e Paolo Del Brocco, per RaiCinema) hanno però messo la sordina alle polemiche, e Polanski non è venuto al Lido. Il film, finite le follie veneziane, resterà.

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